Io non sono sempre delle mie opinioni. G. Prezzolini

giovedì 30 giugno 2011

Cicero e gli smemorati di sinistra

Forse sarò l’unico ingenuo rimasto a Vicenza, ma io il voltagabbana a 360 gradi Claudio Cicero nell’amministrazione Variati non l’ho ancora mandato giù. Non che per me la presenza di un fascista antropologico come lui, ex assessore di Alleanza Nazionale nella precedente giunta di centrodestra, entrato armi bagagli e calcestruzzo (leggi Pigato, il suo fido collega di lista) nell’attuale maggioranza di centrosinistra, sia un fatto che costituisce un problema ideologico. E’ comunemente accettato che possano verificarsi in ambito locale alleanze e mescolanze che apparirebbero sacrileghe sul piano nazionale. Potrebbero averne da che ridire i fiancheggiatori più a sinistra di questo monocolore Pd, come i No Dal Molin e Sel. Anzi, per la verità nello stesso partito del sindaco si sarebbe potuto porre il veto dopo tutti gli anni di critiche feroci e maledizioni bibliche lanciate sulla testa dell’odiato Cicero. Ma come hanno ingoiato il rospo della resa variatiana alla base Usa, così si sono rassegnati da vigliacchi all’investitura dell’ex acerrimo nemico come consigliere delegato alla mobilità.
Quello che indispone me, che non fiancheggio e non parteggio, è che la giravolta politica sia avvenuta nella più laida spudoratezza. Non solo, ma quel che è peggio è che non ci sia stata, quanto meno, una parvenza di conversione del napoleone delle rotatorie al credo ecologico di Achille in fatto di trasporti. E questo perché tale fantomatico credo non c’è, o c’è solo a parole. Nei fatti l’instancabile e irredimibile Claudio continua a macinare rotonde, piste di autoguida, progetti, sparate, fughe in avanti e sbruffonate. Con l’identica filosofia di sempre: più macchine in circolazione, più smog, più inquinamento. Ogni tanto esagera nelle sue rodomontate e il ministro della propaganda Bulgarini d’Elci deve correre a zittirlo. Nel meno accentrato centrodestra di Hullweck, lo si lasciava più a lingua sciolta. Ma il suo inesausto andarci giù di compasso e cazzuola è tale e quale ai bei tempi.
Mi si dirà: roba passata, polemica fuori tempo. Invece insisto: la memoria non è un optional. E ai poveri elettori di centrosinistra che fanno gli struzzi, per quieto vivere o carità di patria, ricordo quanto scrivevo di Cicero nel febbraio 2009, prima della sua ascesa ad assessore di fatto alla viabilità: «non era necessario essere un’aquila per capire che la “garanzia di assenza di impatti negativi sull’attività dell’aeroporto civile, con totale mantenimento delle sue potenzialità di utilizzo turistico-commerciale”, votata da lui e dall’ex maggioranza di centrodestra, sarebbe andata a farsi benedire comunque, essendo lo scalo in sé un business lasciato morire da enti e categorie locali. Non si doveva essere la reincarnazione di Machiavelli per sapere che la “sua” tangenziale nord non poteva mai essere finanziata dagli Usa, che non sborsano un dollaro per alcunché che si trovi al di fuori del perimetro delle loro basi (anzi, più di un terzo delle loro spese vengono ripianate dallo Stato italiano, cioè dalle nostre tasse). E non ci voleva il genio per intuire che dietro la boutade di fare dell’aeroporto di Thiene il nuovo Dal Molin c’era solo l’ostinata volontà di cavalcare ancora e sempre una battaglia, quella per una pista di voli commerciali, che ai vicentini, spiace per lui, non può fregare di meno». Come, purtroppo, sembra non gli freghi che uno possa bellamente passare da una maggioranza all’altra facendo imperterrito quello che ha sempre fatto, senza vergognarsene neanche un po’. Questo è Cicero, smemorati di sinistra: quello delle trattative segrete con gli Americani, quello delle compensazioni carta straccia, quello che doveva salvare l’aeroporto, quello che trattava a pesci in faccia chiunque si permetteva di opporsi alla sua smania ipertensiva. Quello che ha cambiato barricata da un turno all’altro delle ultime comunali usando il suo 10% come un pacco di pasta. Quello che ora è con voi, a spadroneggiare arrogante come sempre. E voi lo lasciate fare, perché seguireste inebetiti il pifferaio magico Variati anche se vi portasse giù nel fosso. (a.m.)

mercoledì 29 giugno 2011

Serra e le fregnacce Sì Tav

In questi giorni in cui la maledetta Tav è tornata all’onor della cronaca a furia di lacrimogeni e manganellate contro i fieri valsusini, giustamente c’è chi ha puntato il dito contro la disinformazione dilagante sui media di regime. Nessuno del supermercato grandi firme del giornalismo servo e falso si è preso la briga di controllare se le tesi dei No Tav, tutte fatti e cifre, fossero vere o no. Il succo del discorso, infatti, sta qui: nel caso avessero ragione i contrari all’alta velocità, sostenerla a spada tratta sarebbe non soltanto uno spudorato atto contro la verità, ma soprattutto mostrerebbe l’abbietta irresponsabilità di chi si riempie la bocca di retorica della “crescita” e dello “sviluppo” senza portare un dato certo, una previsione azzeccata, una stima ragionevole. Sono proprio i valligiani gelosi della propria terra e decisi a difenderla beccandosi botte e denunce, quei duri di scorza e puri di cuore accusati di essere retrogradi, antimoderni e particolaristi, sono loro invece le persone sensate, che offrono argomenti solidi e razionali: costi mostruosamente alti a fronte di benefici nulli, incertezza se viaggeranno uomini o merci, buio pesto sul collegamento sulle futuribili linee oltre Milano, trasparenza sugli appalti tutta da verificare. Questo per non parlare di temi che non scaldano l’animo egoisticamente menefreghista dell’opinione pubblica eterodiretta, come: lo sventramento di una valle già offesa quanto basta dal traffico dei camion, la repressione autoritaria di un’intera popolazione spogliata della sovranità locale in nome della democrazia nazionale, e ancora, se vogliamo guardare in fondo all’abisso, lo scempio di dignità e libertà sull’altare dell’economia, che dovrebbe essere un nostro strumento e invece è la nostra intollerante padrona.
Quello che fa schifo è il fariseismo di certi intellettuali doppiopesisti e fregnoni che se commentano gli scontri di piazza fra studenti e polizia agitano il cliché sessantottino della contestazione giusta perché va in culo al governo nemico, mentre se a resistere all’arroganza del potere politico-economico sono montanari attaccati alla propria casa e alle proprie radici, allora no, la protesta non va bene. Uno così è quel radical-chic di Michele Serra, così talentuoso nella scrittura quanto insopportabile nella saccenteria progressista. Nella sua “Amaca” sulla Repubblica di ieri, dopo aver dovuto ammettere - essendo lui di sinistra, perbacco - che qualche ragione la suddetta sollevazione di popolo deve pure averla, per salvare le ragioni della Grande Opera che tanto piace alla sinistra (tutta quanta compreso Sel e IdV, sia pur con distinguo e sfumature diverse), che ti fa l’opinionista principe del politically correct rosso blasé? Tira fuori dal cappello il più trito, vuoto e stantìo dei totem: l’Europa. E’ l’Europa a salvaguardare il nostro futuro e a impedire che collassiamo nella feccia delle Piccole Patrie (una «dannazione», le definisce l’ex comunista Serra). O la malediciamo sempre – scrive – o ne accettiamo «lo scomodo ma autorevole patrocinio». Se per lui è soltanto “scomodo” il fatto che un finanziamento europeo a scadenza ultra-prorogata (com’erano i 320 milioni di euro in scadenza il 30 giugno) sia il grimaldello di una costruzione faraonica, sporca di sangue e sbagliata sotto tutti i punti di vista, significa una cosa sola: che va maledetto lui assieme alla sua cara Tav, al fronte unico Pdl-Pd-Lega-sinistra varia ed eventuale che la appoggia, ai gazzettieri che la santificano e ai banksters e prenditori che ci lucrano. Sognando un’Europa delle Piccole Patrie, come la Val di Susa. Michele Serra, fai schifo. (a.m.)

martedì 28 giugno 2011

Gli ultimi

Non patirò le illustri disidratazioni di quel Gandhi esibizionista di Marco Pannella, né posso ostentare prestigiose collaborazioni a Repubblica, Panorama e il Foglio come quell’assassino venerato e vezzeggiato di Adriano Sofri, però sulla tortura di massa che miete suicidi e disperazione nelle carceri italiane una parola la voglio dire anch’io. E’ notizia di oggi che nei prossimi tre giorni i reclusi della casa circondariale di San Pio X a Vicenza aderiranno alla protesta che da diverse settimane spinge i 70 mila detenuti della penisola allo sciopero della fame. Il sovraffollamento che li fa vivere in bugigattoli senz’aria, con gli agenti di sorveglianza obbligati a turni massacranti perché troppo pochi (e lo stress può portarli a violenze gratuite e inaccettabili), unito alla storica mancanza di fondi per finanziare le attività necessarie al reinserimento nella società lavorativa, è un atto d’accusa tremendo contro la nostra decantata umanità. Non siamo umani, se lasciamo che esseri umani come noi, che certo hanno sbagliato e devono pagare il fio dei propri errori, subiscano un trattamento da esseri inferiori, dimenticati da Dio, dagli uomini e dallo Stato. Invece di prevedere qualcosa come 20 miliardi di euro per la Tav, si costruiscano più penitenziari. Invece di depenalizzare il falso in bilancio e scassare la già scassata giustizia penale con leggi ad personam e riforme mirate ad allungare ancora di più i tempi biblici dei processi indebolendo per giunta il potere dei giudici, si lascino fuori, quando non recidivi, i tantissimi tossicodipendenti (cure obbligatorie) e la marea di extracomunitari (basta con la fasulla tolleranza zero di certa destra, basta col lassismo ipocrita di certa sinistra: i delinquenti stranieri delinquano fuori dai nostri confini, punto e a capo). Nessuna amnistia, niente indulti: queste sono formule che poi fanno da alibi alla politica maneggiona che se ne serve per far sì che gli amici degli amici la facciano franca. Ci vogliono soldi da investire, per garantire una vita carceraria dignitosa ai colpevoli di reati. Quei fottutissimi, stramaledetti soldi che nel nostro paese così cattolico a parole, e così privo di cristiana pietà nei fatti, all’occorrenza si trovano sempre se si tratta di ingrassare a ufo i grassi culi degli industriali assistiti, dei politici tangentari, dei baby-pensionati e pensionati d’oro, dei privilegiati infilati negli enti pubblici, dei raccomandati di partito, dei portaborse, dei miracolati e paraculati di regime. Là dentro, nelle patrie galere, si marcisce come bestie in gabbia. Là in alto, o magari spesso in qualche palazzaccio del potere a due passi da casa nostra, si fa la bella vita di chi se ne frega e pensa che il suo vile ombelico sia l’ombelico del mondo. Noialtri che ci poniamo questi problemi e facciamo fatica a campare solidarizziamo coi primi, cioè con gli ultimi. Perché non è giusto soffrire una pena di cui non si ha colpa. (a.m.)

lunedì 27 giugno 2011

In difesa della Bertoliana


La pregiata, e per quanto mi riguarda amata Biblioteca Civica Bertoliana sta morendo o quasi. Non c’è abbastanza spazio per contenere i libri, non c’è abbastanza denaro per acquistarne di nuovi e rinnovare abbonamenti alle riviste, soprattutto non si vede una decisa risoluzione del Comune per trovare una sistemazione soddisfacente ai bisogni degli utenti, in particolare gli studenti che ne stipano le stanze per studiare. L’assessore alla cultura e urbanistica Francesca Lazzari oggi sul Giornale di Vicenza ricordava che esiste un project financing di ampliamento nell’ex scuola media Giuriolo previsto per il 2012. Sulla carta, però. Perché di concreto ancora non s’è visto nulla. I politici vicentini si accapigliano sulla paternità e irrevocabilità dell’idea (è nostra, dice il centrodestra; si farà quant’è vero Iddio, giura il centrosinistra), e intanto il presidente Giuseppe Pupillo continua a non vedere il becco di un quattrino. Me lo diceva già nel giugno di un anno fa: «Il problema è la volontà politica di dare priorità a un investimento di questo tipo».
Bisogna dare atto che se non ci fosse il privato, nello specifico l’onnipresente Fondazione Cariverona, non sarebbe possibile neppure garantire il servizio minimo essenziale: la conservazione dei libri. E bisogna altresì ringraziare i volontari: i giovani forniti dal servizio civile e gli anziani dell’Auser, in tutto circa una ventina di preziose unità. La Bertoliana è una biblioteca di livello nazionale. Custodisce la storia di Vicenza, anzi è la storia di Vicenza. I suoi locali hanno ospitato generazioni di ragazzi, e il suo nome dovrebbe essere sinonimo, come già è per chi la frequenta, di un punto di riferimento, un luogo di ritrovo, un posto da vivere, dove parlare, scambiarsi idee, passare il tempo fra un libro, un giornale e una chiacchiera. Insomma non un sacrario né un monastero, ma un centro vivo, pulsante, animato. Purtroppo, si sa, la cultura è la cenerentola dei bilanci pubblici, perché non porta voti e non ha santi o Bisignani in paradiso. Eppure l’Italia ne è letteralmente piena. Il guaio è che è anche piena di italiani. Cioè di gente che in media considera la cultura una cadente e morta Pompei e ha scambiato Croce, Longanesi e Pasolini con Costanzo, Scotti e Vespa. (a.m.)

domenica 26 giugno 2011

Citazioni/ Parise

«…una forma di prudenza, di diffidenza, di avarizia che potrebbe apparire anche soltanto borghese, o per meglio dire di amministrazione dei sentimenti che tende inesorabilmente alla staticità, alla immobilità, al monologo e non al dialogo, insomma alla fantasia, alla nevrastenia, talvolta alla narcisistica follia. Questo groviglio interiore che non si esprime mai, questo pasticcio di cose improbabili che diventano probabili per virtù di farnetico, tutto ciò, forse, è la vicentinità»
Goffredo Parise

sabato 25 giugno 2011

Veronesi: ricoveratelo!


Se vedete Veronesi, l’oncologo, chiamate un dottore. Uno psichiatra, per l’esattezza. La mente dell’ex ministro della sanità deve avere qualcosa che non va: il suo fanatismo scientista fa strame di ogni buon senso e quando si avventura sul terreno politico gli fa difendere l’indifendibile e sostenere l’insostenibile. E’ una vera e propria scheggia impazzita.
Veronesi si era affacciato alla notorietà con la sua personale caccia alle streghe anti-fumo, senza per altro mai spendere una parola contro l’inquinamento ambientale (un’ossessione, questa del cancro da sigaretta, che colpevolizza il singolo fumatore dimenticando gli agenti cancerogeni che ogni giorno siamo costretti a respirare, mangiare e toccare e di cui è responsabile il sistema economico e industriale che i Veronesi di turno si guardano bene anche solo dal nominare). Aveva appoggiato il disegno di legge Mastella per mettere il bavaglio alle intercettazioni, adducendo tutte le caratteristiche motivazioni ddi un berluscones qualunque. Si era fatto vessillifero dei termovalorizzatori, detti anche, parola di esperti senza la sua coda di paglia (fra gli sponsor della sua fondazione ci sono aziende interessate al business come Veolia e Acea) “cancrovalorizzatori”.  Da bravo crociato della scienza aveva decretato che gli ogm sono il futuro, salvo occultare il fatto, vedi un po’ i casi della vita, che lui è azionista della holding biotech Genextra. In barba alla sua carica di presidente dell’Agenzia della sicurezza atomica, ha fatto propaganda in tutti i modi per il nucleare, convinto che non arrechi alcun danno alla salute umana.
Qualche anno fa era arrivato a dire che, grazie a fecondazione artificiale e clonazione, il sesso, il caro vecchio sesso, diventerà superfluo, il ricordo di un passato oscurantista. L’altro giorno se n’è uscito con un’altra delle sue: «Quello omosessuale è l'amore più puro, al contrario di quello eterosessuale, strumentale alla riproduzione». Ora, lasciando pure stare lo strisciante razzismo al contrario nei confronti degli eterosessuali, pensare che l’unione sessuale fra uomo e donna sia gravato da un secondo fine, da un calcolo seppur inconsapevole, un qualcosa di falso e inautentico, equivale a misconoscere la natura umana, che prima di tutto, grazie al cielo, è istinto. E l’istinto che muove e spinge con tutta la forza dei suoi ormoni al coito è, piaccia o no a Veronesi, l’istinto alla procreazione. Di più: come affermava Eraclito e con lui tutta la sapienza antica che in parte la civiltà cristiana ha ereditato ma che la nostra pseudo-civiltà iperrazionalista ha rimosso, è dalla tensione degli opposti che sorge l’energia che sostiene il mondo, senza la quale la vita cesserebbe. Il greco e perciò maschilista Platone, nel suo Simposio, fa teorizzare al convitato Pausania la superiorità dell’amore omosessuale perché i maschi sono più forti e intelligenti delle donne. Ma non si sarebbe mai sognato, il filosofo che mitizzò Eros come bisogno dell’altra metà, di declassare la continuazione della specie a un sordido problema di secondo grado rispetto a una non meglio precisata “purezza” che sa tanto di molliccia, e infeconda, pappa del cuore. Ognuno può pensarla come vuole sull’omosessualità (io la vedo come un’inclinazione che segue gli oscuri meandri della psiche, e perciò non va né condannata né esaltata). Ma farne l’elogio sputando sul presupposto stesso della vita, questo no. Dal punto di vista sociale, cara lobby omosex che anche nella mia Vicenza è trasversale e conta uomini di vertice nelle istituzioni, l’amore etero resta per ragioni naturali il cardine di una comunità. Veronesi o non Veronesi. A proposito: se vi capita sotto tiro, chiamare il 118. (a.m.)

venerdì 24 giugno 2011

Pigatoland


Ci risiamo: la Pigato Srl colpisce ancora. Dopo Laghetto 2, l’azienda di famiglia del consigliere comunale in affari Nico Pigato ce la ritroviamo anche fra i soci del piano Borgo Berga. E dopo l’ecologista Mario Cucinella, ieri è stata la volta del più international architetto portoghese Gonçalo Sousa Byrne: ha descritto quella che sarà «una città nella città», con 47 mila metri quadri di superficie coperta, di cui 17 mila per uffici, più di 11 mila per negozi, 18 mila di residenziale e 31 mila di garage. Committenti: la Maltauro, tornata ad essere attrice di primo piano nella politica del mattone in città, e la Codelfa di Tortona. Ma fra gli investitori di quest’altra bella cementificazione che affiancherà e ripagherà i privati della costruzione del nuovo tribunale, c’è la Pigato, ditta del consigliere braccio destro dell’assessore de facto alla mobilità, Claudio “Rotatoria” Cicero. Chiariamo: è del tutto legittimo che l’impresa tal dei tali agguanti un business come questo (al di là della magnificenza del progetto - «si è fatta molta attenzione alla gestione della luce solare, si è cercato di valorizzare gli elementi naturali, ecc» - non dimentichiamo che si tratta di un’operazione e-co-no-mi-ca). Tra l’altro, ricordiamolo per correttezza di cronaca, nella lista societaria la Pigato c’è da anni, non da oggi. Diciamo però che fa alzare le antenne il fatto che la stessa impresa sia riconducibile a un consigliere che oltre tutto, particolare decisivo, è passato in maggioranza. Ai bei tempi, più bellicosi e movimentati, del centrodestra del sindaco Hullweck, dai banchi della sinistra sarebbero partiti tuoni e fulmini contro questo palese caso di intreccio tra affari e politica. Avremmo visto i gazebi di Gianni Rolando, udito gli strali di Toni Dalla Pozza, annotato le critiche di Ciro Asproso, forse persino registrato le requisitorie del duo Alifuoco&Quaresimin. Adesso, con l’anestesia generale che paralizza il dibattito cittadino sulle questioni vere, cioè di denaro e potere, l’affarismo può dormire sonni tranquilli. Ronf ronf. (a.m.)

giovedì 23 giugno 2011

Americani anti-Nato

«Le forze americane in Europa continueranno a ridursi. Del resto sono già calate di quasi i due terzi. E’ inevitabile e non solo perché gli europei sono restii a fare la loro parte nella ripartizione delle spese. (…) Ora, alle prese con una crisi economica e fiscale di una gravità senza precedenti, gli americani vogliono che il governo si concentri di più sui problemi interni. Ma c’è anche il dato strategico: gran parte dell’arsenale russo è obsoleto, continuare a schierare certe batterie di missili è semplicemente anacronistico. Quanto al ruolo Nato… priorità e interessi dell’Europa e degli Usa non sono più gli stessi, la nuova missione non ha funzionato. Le relazioni transatlantiche entrano nell’era della post-alleanza. Un’era nella quale gli Usa avranno relazioni discrezionali e selettive coi singoli partner Nato: Gran Bretagna, Francia, Germania. A volte l’Italia» (Corriere della Sera, 23 giugno 2011). Il corsivo è mio, e a parlare è Richard Haas, ex direttore della pianificazione strategica del Dipartimento di Stato americano, da otto anni presidente del Council on Foreign Relations (CFR), il più importante think thank mondiale fondato negli Anni Venti dal magnate David Rockefeller. Cos’ha detto l’autorevole portavoce dell’establishment d’oltreoceano? Ha fatto un’affermazione di portata storica: la Nato sorta all’indomani della Seconda Guerra Mondiale come patto difensivo anti-comunista non ha più alcuna ragion d’essere, e oggi si torna all’antica tradizione del concerto internazionale, fitto di rapporti bilaterali, incrociati e volubili a seconda della necessità e della convenienza. Che facciamo, cari Nato-dipendenti per partito preso, consideriamo anche mister Haas affetto da anti-americanismo preconcetto? (a.m.)

mercoledì 22 giugno 2011

Pp10 eco-chic


Stamane nella sala convegni del Caffè Galla ho assistito a una conferenza assolutamente superflua. L’architetto Mario Cucinella, firma del piano Green Way-Laghetto, ha esposto all’uditorio i vantaggi di costruire un quartiere nuovo di zecca, con 151 mila metri quadrati di edificato di cui 126 mila metri cubi di residenziale e 25 mila metri cubi di commerciale. Ha sciorinato una serie di considerazioni interessanti, alcune anche condivisibili nella loro banalità, ma decisamente opinabili.
Cucinella, chiamato a Vicenza dall’uomo-ombra dell’urbanistica variatiana, il trasversalissimo architetto Sergio Carta, ha sostenuto che l’area interessata necessita di un “completamento”, che così com’è, distaccata e per conto suo, abbisogna di una “identità” e, naturalmente, che il suo “concept” non ha nulla a che vedere col vecchio Pp10. Ora, che la zona graviti intorno a una piazzetta del mercato un po’ squallida è sotto gli occhi di tutti, ma ci sfugge il nesso causa-effetto con la nascita ex novo di un intero doppio filare di palazzine, sia pur compensate da un “corridoio ecologico”. Se una periferia, tra l’altro tranquilla e vivibile, è smorta, non si capisce che bisogno ci sia di aggiungere un altro pezzo di cemento, anche se progettato con tutti i canoni della sostenibilità. A me, profano, verrebbe in mente di rivitalizzarla con iniziative sociali e culturali coinvolgendo gli abitanti. Sull’identità, poi, Cucinella ha fatto un discorso ineccepibile e dalle sue slides coi concetti-chiave si desume che lui abbia realmente l’intenzione di dare vita a un quartiere-modello. Il problema è che, a quanto se ne sa, nella compagine dei proprietari privati non tutti sono d’accordo con lui. Ad esempio, sembra che la Pigato Srl non lo sia affatto e spinga per aumentare le volumetrie di costruito su cui, oltretutto, ci guadagnerebbe come ditta di calcestruzzi. Meno verde e meno chiacchiere ambientaliste, più betoniere e profitti. (A proposito: a fare da patron alla presentazione di oggi c’era proprio Nico Pigato. Ma era lì in qualità di consigliere comunale della lista Cicero in maggioranza, o di rappresentante di una parte interessata? Complimenti per il conflitto d’interesse, Mr Pigato e tutti voi signori di centrosinistra).
Il quibus sta appunto nella classica, fatidica domanda: a chi giova? La prima risposta è ovvia: ai proponenti (fra cui sarebbe interessante sapere se sono emersi tutti, o se per caso c’è qualche fiduciaria) e ai costruttori. Pigato docet, ma poi ci sono altri nomi eccellenti come la Gedis di Marcello Cestaro, i Fioretto, un ente pubblico come l’Ipab. Ma nel conto occorre mettere anche lo “scopo sociale”. Cucinella ha parlato di una “domanda che esiste”, riferendosi all’architettura di qualità. Ne siamo convinti anche noi, guardando gli orrori che abbruttiscono le città comprese la nostra (basta farsi un giro ai Pomari). E’ la domanda socio-economica a latitare, e drammaticamente. Gli anziani che stazionano nei loro appartamenti di proprietà, alla loro età, di sicuro non le lasciano. Le giovani coppie che possono permettersi non dico l’acquisto ma l’affitto sono poche, il resto è un deserto di precarietà e frustrazione. Con la crisi che imperversa, il mercato immobiliare è fermo. E allora, chi diavolo potrà mai stabilirsi nell’eco-chic Laghetto 2? Tiriamo a indovinare: i medio-ricchi non particolarmente sfondati, che invece di trasferirsi in villetta opteranno per una più modesta ma godibile sistemazione col suo bel verde e, non dimentichiamocelo, a due passi dal futuro Parco della Pace.
Non è il vecchio Pp10, questa “Via Verde” di Pigato-Variati. Ma politicamente è pure peggio. Sui volantini elettorali della lista civica di Achille sindaco, c’era scritto a caratteri cubitali “no al Pp10”. Non è che cambiando il progetto e riverniciandolo con le indubbie buone intenzioni di Cucinella si estingue il fatto nudo e crudo che Laghetto sarà ampliato con nuove case, che ciò genererà una maggiore concentrazione di traffico e si toglierà ulteriore spazio agricolo a un territorio saturo ed esausto. Lo ha ricordato lo stesso architetto: ogni “vuoto” non va obbligatoriamente riempito con un “pieno”. Cosa debba restare vuoto e cosa no, andrebbe fatto decidere ai residenti, prima che ai tecnici e ai politici. Invece questo “Green Way” è stato nascosto per un anno, stava per essere approvato sottobanco, e ora l’amministrazione lo fa presentare al suo autore a grandi linee, restando volutamente nel vago nell’attesa dell’immancabile “dialogo” coi cittadini. Se conosciamo il modus operandi di Variati, la tirerà in lungo fra assemblee, riunioni e fiumi di parole, per agitarlo come bandierina elettorale una volta ammansita l’opposizione degli abitanti (che, se si lascerà condurre dalla sinistra rossoverde filo-variatiana, sarà già di suo mansueta e prona). Ecco, mettiamola così: se la gente di Laghetto si piegherà, trangugiando il voltafaccia della giunta, allora non ci sarà più nulla da obbiettare. Se lo saranno meritato, questa schiaffo in piena faccia. Ma sia chiaro: spero di sbagliarmi. (a.m.)

martedì 21 giugno 2011

Nunc est bibendum

Cosa non si inventano pur di far notizia. La Provincia di Vicenza – ma non dovevano abolirle, le Province? – è promotrice dell’ennesima cavolata. Nelle prossime settimane, al sabato sera, nei luoghi di maggior ritrovo dei giovani di Vicenza, Bassano e Schio, operatori mostreranno alle folle in delirio uno spot in cui si vedono due belle ragazze (in gergo: due fighe) che piantano in asso al bar un coetaneo sbronzo. Morale: a chi beve non gli tira e le tipe non se lo filano. L’avveniristica genialata si potrà guardare in due televisorini montati su una specie di scafandro di 9 chili che uomini-sandwich anti-alcol si metteranno addosso girando a zonzo per convertire gli infedeli. Gli ideatori spiegano, tutti contenti: «Abbiamo già cominciato collaborazioni con grandi aziende, alla Provincia di Vicenza abbiamo voluto offrire una modalità operativa nuova per mantenere alta l'attenzione su una delle problematiche più evidenti nel nostro territorio».
Ora, a parte che le donne fin dai primi pruriti sessuali sanno benissimo che gli uomini sono mosci quando hanno bevuto troppo e quindi la trovata è vecchia come il cucco, siamo veramente stufi di queste iniziative inutili, ipocrite e con un sottinteso fondo di terrorismo psicologico. Già da un anno a questa parte le feste rock del capoluogo devono sottostare alla ridicolaggine della campagna “Meno alcol, più gusto”. Chiunque si sia fatto un giro a queste feste può vedere come le spillatrici di birra e i capannelli con vini e grappe siano letteralmente presi d’assalto. Così come chiunque abbia una minima conoscenza di questi ritrovi sa che una parte consistente dei suoi frequentatori, dai ragazzini di 14 anni ai più attempati 30-40enni, vi si danno “la punta” per darci dentro con gli eccitanti liquidi - e non solo liquidi. Con questo non vogliamo certo dire che i giovani vicentini siano una massa, come dice la canzone biancorossa, di “gran bevitori”, cioè di ubriaconi. Se cadessimo in una tale generalizzazione faremmo, tra l’altro, cattiva pubblicità ad eventi che sono da salvaguardare come i panda in via d’estinzione. No, il fatto è che in  generale il “messaggio” anti-alcol non passa, non ha appeal in sé e per sé. E questo perché, semplicemente, ai ragazzi piace bere, come d’altronde è sempre stato. I fan dell’analcolico sono già più o meno astemi, mentre a chi piace farsi più d’un bicchiere la conversione ai succhi di frutta resterà comunque indigesta. Tutti questi artifici di marketing giovanilista, questo continuo tambureggiare di slogan salutisti, ad un ventenne di gomito mediamente alzato entrano in un orecchio ed escono nell’altro.
Il problema reale sono i morti del sabato sera, che si suicidano al volante e ammazzano altri innocenti sulla strada. E infatti l’unico efficace freno all’alcolismo di massa è rappresentato dal pugno di ferro sulla patente. La paura di perderla è il solo vero antidoto. Ben venga, allora, l’importazione dell’uso anglosassone del “guidatore sobrio”. Ma che si pretenda che basti un’astratta e un po’ menagrama “prevenzione”, con degustazioni di analcolici (più gusto? ma per favore) e contorno di inviati del Sert per convincere i ragazzi - la specie socialmente più conformista – a non bere, è pura idiozia.
Per invertire l’andazzo, secondo me, bisognerebbe fare due cose. La prima, di lungo periodo, è chiedersi appunto il perché si beva così tanto. Quando un fenomeno assume dimensioni così diffuse, la risposta repressiva non può essere l’unica davvero efficace. Né servono le promozioni del succo d’arancia, le paternali e le lezioncine sanitarie. Abbozziamo un motivo? I ragazzi sono infelici. Soffrono in misura più evidente, data la fragilità psicologica dovuta alla giovane età, l’ansia, la depressione, il senso d’inadeguatezza, il malessere esistenziale di una società che offre molto, anzi troppo in termini materiali e poco, anzi niente sul piano umano, etico, ideale. Piaccia o meno, una bottiglia di whisky riempie il vuoto più d’uno stupido analcolico. Il guaio è che nessuno sa dire ai ragazzi con che cosa sostituire quella bottiglia, e se anche glielo dice non è credibile, perché ognuno, del resto coerentemente col modello di vita comunemente introiettato, fa come gli pare. La seconda cosa è più pratica, ed è quello che si vede già da tempo in molti paesi occidentali: finanziare un sistema minimo ma efficiente di trasporti pubblici notturni. Costano, certo. Ma sono una soluzione realistica e immediata, che toglierebbe ogni alibi sia agli automobilisti brilli che ai politici moralizzatori. Ed è proprio per questo che fa una fatica boia ad essere realizzata. (a.m.)

lunedì 20 giugno 2011

Cattaneo e le compensazioni bipartisan

Roberto Cattaneo è stato a capo del Comitato Sì Dal Molin che di fatto era il sindacato politico dei dipendenti italiani della caserma americana Ederle. Grazie alla notorietà guadagnata con lo scontro sulla base nell’arroventato biennio 2006-2007, è stato eletto consigliere provinciale nelle file dell’allora Forza Italia, oggi Pdl. Oggi, con la Ederle 2 completata al 65%, il muro contro muro fra contrari e favorevoli è un ricordo del passato. O per meglio dire è trapassata, in forma molto più blanda e innocua, nella contrapposizione sull’uso dei 62 mila ettari di area demaniale libera: da una parte gli alfieri del Parco della Pace (Variati sindaco Pd, Presidio e movimenti No Dal Molin, centrosinistra in generale) e dall’altra i sostenitori di un polo della protezione civile da collocare affianco della base (Lega Nord, comitato trasversale Alifuoco-Giulianati, una parte del Pdl fra cui lo stesso Cattaneo). Achille Variati è stato un mago nello sfilarsi dalla causa persa del no senza se e senza ma, dopo aver cavalcata per ragioni elettorali nel 2008; e lo è stato ancor di più nel riposizionare l’opinione pubblica nell’alternativa sì/no al Parco della Pace, in questo andando a braccetto coi No Dal Molin orfani di una bandiera per cui combattere. Nell’attuale fase, la si pensi come si vuole (io ad esempio sono stato sempre contro ma senza essere embedded al Presidio o a chiunque altro), il problema all’ordine del giorno è uno e uno soltanto: le compensazioni. Il danno è irreversibile, a questo punto portare a casa qualche contropartita che lo mitighi non è segno di resa all’esproprio di beni, lo confermo, non negoziabili: è senso di responsabilità per una città già abbastanza oltraggiata.
Ecco perché, se intuisco che in Cattaneo c’è la preoccupazione per non presentarsi a mani vuote alle elezioni provinciali dell’anno venturo, parlandoci insieme noto anche un timore obbiettivo, reale, che è anche mio, cioè che Vicenza rimanga con un pugno di mosche, cornuta e mazziata. A tutt’oggi gli unici soldi stanziati dallo Stato centrale sono gli 11 milioni di euro per la bonifica dell’area e per la progettazione della tangenziale nord, che però ne dovrebbe costare 30 volte tanto. «Ognuno va in ordine sparso», esordisce Cattaneo. «Variati, giustamente, si sta muovendo, ma lo sta facendo solo per il Parco della Pace. Speriamo che Schneck mercoledì riesca a strappare un vero appoggio da parte del governo per fare pressione sulla Provincia di Trento per il sì alla Valdastico Nord». Dopodomani il presidente leghista della Provincia, Titti Schneck, sarà a Roma da Gianni Letta per perorare la causa del collegamento autostradale col Trentino, senza il quale non potrà essere prolungata la concessione dell’autostrada Brescia-Padova alla società Serenissima che Schneck presiede. Tale passaggio è la chiave di volta per poter ottenere i futuri finanziamenti per la tangenziale che unirà Ederle e Ederle bis. A Titti non frega nulla del Parco, e ad Achille sembra fregargli gran poco della tangenziale. Procedono paralleli. Cattaneo, nella maggioranza di Schneck, incolpa Variati: «Ci voleva un tavolo che mettesse assieme tutte le realtà coinvolte e che parlasse con una voce sola: quella del sindaco della città. Invece Variati ha fatto una concertazione due anni fa, ma poi non si è fatto portavoce di tutti. Ma d’altronde lui ha scelto di non dire la verità, e cioè che la base si sarebbe fatta, e ora può essere troppo tardi. Il progetto di parco aperto dell’architetto Kipar lascia grossi dubbi: chi lo sorveglierà? Come si pagherà la manutenzione? Un parco è sì una compensazione, ma se passerà dal demanio al Comune, e io credo che Variati questo lo otterrà, il costo sarà tutto a carico del Comune, cioè dei vicentini». Poi Cattaneo si lancia in una proposta che, detta da lui che aveva bloccato al Consiglio di Stato la consultazione dell’ottobre 2008, suona piuttosto stupefacente: «Perché non indire un referendum su cosa fare del lato est? O almeno un tavolo di confronto. Io vedo bene una sede della protezione civile prima di tutto perché è necessaria, avendo constatato con l’alluvione la vulnerabilità del sistema di soccorso, e poi così salveremmo le strutture già esistenti. Mi riferisco a quelle dell’ex aeroporto. Come la Equizi, poi, penso si dovrebbe salvare l’aeroclub». Domanda: voi fautori della protezione civile al Dal Molin pensate che costruire la nuova sede accanto alla base sia un mezzo per scongiurarne un’eventuale espansione? Cattaneo allarga le braccia, sgrana gli occhi e mi fa cenno di sì con la testa, come se avessi detto la cosa più ovvia del mondo. «Il punto è che se quel terreno è della città dev’essere di tutti i cittadini, e non solo di una parte. Perciò il sindaco deve farsi portavoce di tutte le istanze». Poi s’infervora: «Non mi devono venire a dire, quelli che vogliono solo il parco, che sono contro la cementificazione. Variati sta varando il Pp10 bis, ad appena 400 metri in linea d’aria. Dove sono la Bottene, Pavin, Albera e tutti gli altri? Perché in questo caso non scendono in piazza contro il cemento? Non ci sarà aumento del traffico, col nuovo Pp10?». Effettivamente, fatte le debite proporzioni di principio e d’impatto fra un’installazione militare straniera e una più ridotta lottizzazione urbanistica, l’infilzata non fa una piega. Cattaneo conclude ecumenico: «Ora è il momento di agire insieme, coinvolgendo quanto più possibile la popolazione». Se Schneck e Variati non tornano a parlarsi, la vedo veramente difficile. Purtroppo, un’accettabile unità d’intenti passa anche – se non soprattutto – per accordi che col Dal Molin non c’entrano niente. Ad esempio con la speculazione commerciale targata Lega sul Cis, che però è saltata. E saltando quella è retrocessa alla serie B l’operazione immobiliare che ne era il contraltare di centrosinistra: il piano Vicenza Futura per il nuovo stadio cittadino. C’era uno scambio fra Comune e Provincia, fra sinistra e destra, fra questi due mega-affari. Adesso è tramontato, per il venir meno di quello provinciale (e per la virata di Achille su altre zone d’interesse, come l’asse viale Milano-viale Mazzini e appunto il neo-Pp10). E mo’? Mo’ i vicentini rischiano di ritrovarsi con un’immensa, certamente bellissima distesa di verde. Meglio di niente. Appunto: di niente. (a.m.)

domenica 19 giugno 2011

Bossi, il solito bluff
















S’illudeva chi si aspettava che Bossi desse soddisfazione all’insofferente popolo di Pontida staccando la famosa spina al governo Berlusconi. Con la sua oratoria che non ha più la foga trascinante d’un tempo ma che ne ha conservato la rude chiarezza, il Senatùr ha dato solo un mezzo ultimatum a Silvio, dettandogli condizioni per la maggior parte giuste (allentare la stretta fiscale, rivedere il patto di stabilità per i Comuni, abbandonare le missioni di guerra) ma con tempi talmente brevi da risultare palesemente strumentali. La Lega non ha veramente intenzione di mollare Palazzo Chigi, ma deve fare i conti con un alleato in avanzato stato di decomposizione. Il Pdl è allo sbando, la leadership di Berlusconi in crisi e non si vede una via d’uscita. Il problema per Bossi è dunque, con un partner sull’orlo dell’implosione, l’impossibilità di prevedere uno scenario di qui a un anno, quando, se la situazione non si sblocca, a sbloccarla potrebbero essere soltanto le elezioni anticipate. E così lui intanto mette le mani avanti preparando il suo partito all’eventuale campagna elettorale. Di qui l’annuncio di una Lega più aggressiva, di qui i “fatti” a scadenza immediata, di qui la netta presa di distanza da Tremonti e dal suo rigorismo finanziario. Di qui l’ennesima battaglia di bandiera escogitata per alzare il tono della polemica dentro la maggioranza: sto parlando, naturalmente, di quella falsa soluzione che è la delocalizzazione di ministeri al Nord. Francamente una boiata, come l’ha giustamente definita il sindaco di Roma, Alemanno. Tale e quale all’appiccicare il marchio padano alla scuola di magistratura di Bergamo, che con buona pace dei leghisti accoglierà futuri giudici di ogni parte dell’Italia.
E’ la solita Lega di finta lotta e di effettivo governo. Che promette sfracelli a Pontida ed è corresponsabile delle decisioni a Roma. Il “centralismo romano” che Bossi ha evocato come eterno nemico del Carroccio esiste senz’altro e continua ad essere un nemico delle autonomie locali, ma ci risulta che la Lega sia per la terza volta al governo, che lo stesso Bossi sia ministro, che titolare degli Interni sia il suo numero due, Maroni, e che insomma negli ultimi dieci anni i leghisti, pappa e ciccia coi berlusconiani, siano stati alla guida del paese molto di più del centrosinistra. Sguainare la spada di Alberto da Giussano facendo credere di voler tornare alle origini, come se finora le camicie verdi fossero state sulla luna, è patetico. Ma la difficoltà del momento, con la base che ribolle di rabbia per i mancati risultati, esige una ricalibratura tattica sul versante movimentista, agitando la minaccia di non sostenere un’altra volta Berlusconi premier.
Tattica, appunto. Perché la verità di fondo è che non è Berlusconi che dipende dalla Lega, ma è la Lega che fino ad oggi è dipesa da Berlusconi. Il “patto notarile” vede il partito padano in posizione subalterna rispetto ai dané e al potere televisivo di Arcore. Ci può pure essere, come ha Cazzullo scritto sul Corriere, un rapporto personale di gratitudine fra l’Umberto e Silvio legato all’aiuto che il primo ha ricevuto dal secondo in seguito ai suoi problemi di salute, ma la realtà è che la simbiosi fra la classe dirigente leghista e il mondo berlusconiano si fonda su interessi ben più concreti. No Berlusconi no party: nessun potere da spartire per una forza che è nel settentrione è determinante ma che a livello nazionale non supera il 10%. Il fatto nuovo è che adesso l’impero del Cavaliere cade a pezzi. Bossi, il cerchio magico che lo cinge come una balia e i suoi colonnelli, per una volta tutti uniti, hanno deciso di mostrarsi in fase di smarcamento, ma senza strappi o ribaltoni. Prendono tempo, in attesa di capire quali sembianze prenderà il dopo-Berlusconi. Potrebbe essere una questione di pochi mesi. Quelli necessari a cambiare la legge elettorale, magari assieme al Pd, e poi andare alle urne, cercando di razziare quanti più voti possibile con la faccia feroce, e secessionista a parole, della Lega d’antan. Ma è un bluff, come sempre. E’ stato proprio Bossi ad ammetterlo: ogni quindici anni si esaurisce un ciclo politico. Compreso il suo. (a.m.)