Io non sono sempre delle mie opinioni. G. Prezzolini

sabato 12 luglio 2014

Compagnucci, parliamo di partecipazione dei lavoratori nelle imprese?





E così anche Vicenza vedrà la sua Festa dell'Unità, rinominata “Fornaci Rosse” perché si svolgerà nell’omonimo parco. A promuoverla una costola giovanile del Partito Democratico vicentino, l’associazione “Nuova Sinistra”, che vorrebbe ancora dire “qualcosa di sinistra”. La kermesse storica deve il suo nome, com'è arcinoto, al quotidiano fondato nel 1924 da Antonio Gramsci, e che oggi è uno dei due giornali di area Pd (l'altro è Europa, foglio semiclandestino e moribondo). La testata che fu organo del Partito Comunista aveva una sua dignità editoriale e critica - pensate a Fortebraccio o al satirico Cuore - mentre oggi è a un passo dal fallimento. E non solo economico, ma d'identità. Che senso dare ad un nome, una storia e una realtà schiacciata da La Repubblica, giornale-lobby di De Benedetti azionista occulto del partito, e insidiato dal Fatto Quotidiano, altrettanto in ambasce (è dovuto sbarcare in Borsa per racimolare liquidità) ma ben più spregiudicato e agguerrito? Da rossa, l'Unità è diventata grigia. Ma ecco che viene in soccorso Matteo Renzi, e col suo fiuto per il marketing decreta che il brand "Unità" può ancora funzionare, per evocare un mondo di sinistra che non c'è più e più non ci sarà. Può funzionare, si capisce, solo come marchio e logo per le feste a base di salsicce, nostalgia e conferenze. Per i giornalisti che aspettano lo stipendio, ultimi sfortunati eredi di una gloriosa tradizione, si vedrà.
Se possiamo, suggeriamo un tema a compagni e compagnucci. Uno di quelli che permette, se Dio vuole, un contraddittorio, magari invitando anche industriali, sindacalisti di vario orientamento, persino intellettuali (brutta parola, ma è per capirci). Ci riferiamo alla partecipazione dei lavoratori alle imprese. Qui a Vicenza sia Confindustria sia la Cisl ne hanno fatto un cavallo di battaglia, sia pure in versione soft (niente gestione, solo ore di lavoro in cambio di quote). Scettica la Cgil, che vorrebbe tradurla in effettivo potere decisionale all'interno delle aziende. A inizio anno sia Renzi che Alfano aveva ripescato dal cilindro l'idea, spacciandola come una novità loro. Vediamo di capire cos'é e da dove viene.
La cogestione fra imprenditori e lavoratori proviene idealmente del sindacalismo socialista, non marxista ma mutualista, cooperativistico, d’ascendenza proudhoniana, libertaria, rispettoso della proprietà privata. Venne poi fatta propria, in modi ovviamente diversi, dal corporativismo prima cattolico poi fascista, quest’ultimo specialmente nella versione hard di Ugo Spirito (la “corporazione proprietaria” in cui capitale e lavoro si sarebbero fusi: una prospettiva rigettata dal regime, che la considerò “bolscevizzante”, e che preferì contentarsi di un carrozzone burocratico, appunto corporativo nel significato peggiore del termine). L’unico vero esperimento su larga scala in Italia, che non decollò perché autoritario, tardivo e calato dall’alto mentre infuriava la guerra civile, fu la “socializzazione” tentata dalla Repubblica di Salò. In tempi più recenti e democratici, a parte le marginali “comuni anarchiche” statunitensi e i kibbutz israeliani, ha avuto una massiccia applicazione in Germania con la cosiddetta “economia sociale di mercato”, nota anche come “modello renano” o “Bitbestimmung”: i sindacalisti siedono nei consigli di amministrazione delle grandi aziende in rappresentanza del capitale detenuto dai dipendenti. La “via tedesca” (a cui Renzi, proprio lui, aveva fatto cenno nello scorso gennaio) è osteggiata dal ceto imprenditoriale, mentre l'altra versione (azioni legate alla produttività e distribuzione di parte degli utili) è la formula più moderata che va per la maggiore. Anche Beppe Grillo nel 2013 aveva prospettato la compartecipazione, e ci aveva aggiunto a corollario lo svuotamento del sindacato in quanto tale.
Una discussione possibilmente seria sul tema non c’è mai stata davvero. Il solo immaginare una ricostruzione dell’economia in senso partecipativo è vietato dal politicamente corretto. Perché vorrebbe dire incidere nella carne viva del sistema economico: la proprietà e il meccanismo decisionale. A grandi linee si tratterebbe di un’epocale riforma che avvicinerebbe l’impresa alla cooperativa: sempre privata, sempre di mercato, ma sociale. A condizione che il singolo lavoratore possa contare qualcosa, e questo senza sottostare necessariamente al filtro sclerotizzante e potenzialmente clientelare delle burocrazie sindacali. Tutto questo è di sinistra? Sinceramente, chi se ne frega. Per tutto il resto, si apra il dibattito. a.m.



lunedì 14 aprile 2014

Eufemismi berici: Berlusconi vittima e Dell’Utri esule. Montanelli, dove sei?



Le parole sono importanti. Ieri ne ho avuto conferma leggendo il fondo domenicale del direttore del Giornale di Vicenza, Ario Gervasutti, che nell’elencare vari fatti che a suo dire sarebbero di poco o nullo interesse per gli italiani che tirano la carretta, dà sue personalissime definizioni di due fra essi che hanno occupato le prime pagine di questi giorni.
La prima: «…Berlusconi è ancora sotto lo schiaffo della magistratura e non può nemmeno restituirlo verbalmente perché se si azzarda gli revocano l´affidamento ai servizi sociali». Silvio Berlusconi è stato condannato con sentenza definitiva della Cassazione per frode fiscale. Gli schiaffi non c’entrano: ha avuto diritto, come tutti gli imputati hanno nel nostro ordinamento, a tre gradi giudizio, e ora il tribunale di sorveglianza ha deciso che sconterà la pena ai servizi sociali e non ai domiciliari. Il sostituto procuratore generale di Milano, Antonio Lamanna, ha fatto presente che il pregiudicato Berlusconi deve astenersi dall’attacco personale a singoli magistrati, com’è accaduto quando, prima dell’udienza del 10 aprile, ha apostrofato con l’epiteto “mafia di giudici” proprio quelli che hanno stabilito la misura alternativa. Non è una disfida d’opinione fra liberi cittadini: è l’insulto a pubblici ufficiali da parte di un delinquente.
La seconda: «…lo storico collaboratore del Cavaliere, Marcello Dell´Utri, sceglie (inutilmente) di sottrarsi a un possibile arresto riparando altrove».  Ma che bell’eufemismo. Dell’Utri non è riparato, si è dato alla fuga. Una volta si sarebbe detto: alla macchia. Il suo arresto non è una bizzarria delle toghe: è stato condannato dalla Corte d’Appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, che lo ha definito «mediatore contrattuale» del patto di protezione della mafia siciliana a Berlusconi, cominciato nel 1974 e durato 18 anni. Quest’ultimo, scrivono i giudici, ha ottenuto «la garanzia della protezione personale… tramite l’esborso di somme di denaro che… ha versato a Cosa Nostra tramite Dell’Utri… assumendo Vittorio Mangano ad Arcore». Ieri sul Corriere della Sera l’onesto Sergio Romano ha scritto, con una punta d’ingenuità, che Forza Italia dovrebbe «semplicemente, senza distinzioni fumose e poco convincenti, disapprovare e condannare». Ecco, appunto.
Berlusconi è un criminale fiscale e Dell’Utri, se la Cassazione domani 15 aprile lo confermerà, un alleato della mafia. Usiamole, le parole adatte. Chissà quali avrebbe usato Indro Montanelli che giusto vent’anni fa chiudeva La Voce, figlia abortita dell’abbandono del suo Giornale trasformato in house organ del berlusconismo militante. Lui sì che gliele aveva cantate chiare, al suo ex editore e ai suoi scagnozzi. a.m.

domenica 1 dicembre 2013

I miei auguri a Massimo Fini, maestro di giornalismo



Questi sono gli auguri di buon compleanno a Massimo Fini che abbiamo scritto Vittorio Di Giacinto ed io, entrambi suoi amici. Massimo l'ha fatta pubblicare sulla sua bacheca Facebook.

Semplicemente a Massimo.
Nascevi settant’anni fa, vecchio ragazzo. Un uomo singolare, mite, originale. Polemista – razza nobile in via d’estinzione, da non confondere con gli urlatori televisivi – a cui solo l’età ha attenuato un po’ l’umor di cane, non gradiresti un panegirico, anzi, se ti conosciamo un po’, ti toccheresti pure. Dunque niente sperticate lodi.
Però senza i tuoi scritti, apprezzati pure dai modernisti fuori tempo, dai vetero-illuministi, dai progressisti in realtà conservatori, dagli ottimisti razionalisti ed economicisti di tutte le risme, di destra e di sinistra, senza l’emarginazione a cui l’establishment ti ha condannato per anni senza piegarti, senza le tue idee antimoderne e perciò molto attuali, noi che le abbiamo fatte nostre ci sentiremmo interiormente meno liberi di quel che ci sforziamo di essere.
Fatte tutte le debite proporzioni, sei il Nietzsche del giornalismo italiano, uno dei pochi pensatori in circolazione in un’Italia che ha portato il cervello all’ammasso e scordato cos’è avere un’anima. Non ti facciamo gli auguri di buon compleanno, no, ché la prenderesti male, come male vivi la vecchiaia da te ritenuta, da onesto pagano senza ipocrisie consolatorie, un’intollerabile atra senectus. Malgrado il traguardo di oggi, ti auguriamo invece la fortuna di poter essere al nostro fianco quando dovesse avverarsi la tua previsione: la rivolta contro l’angosciante sistema di vita che ci fa vivere, per dirla come si deve dire, una vita da sognatori, disillusi di vivere nel migliore dei mondi possibili.
Ringraziandoti, ti abbracciamo.
Alessio Mannino e Vittorio Di Giacinto

19 novembre 2013