Io non sono sempre delle mie opinioni. G. Prezzolini

lunedì 14 aprile 2014

Eufemismi berici: Berlusconi vittima e Dell’Utri esule. Montanelli, dove sei?



Le parole sono importanti. Ieri ne ho avuto conferma leggendo il fondo domenicale del direttore del Giornale di Vicenza, Ario Gervasutti, che nell’elencare vari fatti che a suo dire sarebbero di poco o nullo interesse per gli italiani che tirano la carretta, dà sue personalissime definizioni di due fra essi che hanno occupato le prime pagine di questi giorni.
La prima: «…Berlusconi è ancora sotto lo schiaffo della magistratura e non può nemmeno restituirlo verbalmente perché se si azzarda gli revocano l´affidamento ai servizi sociali». Silvio Berlusconi è stato condannato con sentenza definitiva della Cassazione per frode fiscale. Gli schiaffi non c’entrano: ha avuto diritto, come tutti gli imputati hanno nel nostro ordinamento, a tre gradi giudizio, e ora il tribunale di sorveglianza ha deciso che sconterà la pena ai servizi sociali e non ai domiciliari. Il sostituto procuratore generale di Milano, Antonio Lamanna, ha fatto presente che il pregiudicato Berlusconi deve astenersi dall’attacco personale a singoli magistrati, com’è accaduto quando, prima dell’udienza del 10 aprile, ha apostrofato con l’epiteto “mafia di giudici” proprio quelli che hanno stabilito la misura alternativa. Non è una disfida d’opinione fra liberi cittadini: è l’insulto a pubblici ufficiali da parte di un delinquente.
La seconda: «…lo storico collaboratore del Cavaliere, Marcello Dell´Utri, sceglie (inutilmente) di sottrarsi a un possibile arresto riparando altrove».  Ma che bell’eufemismo. Dell’Utri non è riparato, si è dato alla fuga. Una volta si sarebbe detto: alla macchia. Il suo arresto non è una bizzarria delle toghe: è stato condannato dalla Corte d’Appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, che lo ha definito «mediatore contrattuale» del patto di protezione della mafia siciliana a Berlusconi, cominciato nel 1974 e durato 18 anni. Quest’ultimo, scrivono i giudici, ha ottenuto «la garanzia della protezione personale… tramite l’esborso di somme di denaro che… ha versato a Cosa Nostra tramite Dell’Utri… assumendo Vittorio Mangano ad Arcore». Ieri sul Corriere della Sera l’onesto Sergio Romano ha scritto, con una punta d’ingenuità, che Forza Italia dovrebbe «semplicemente, senza distinzioni fumose e poco convincenti, disapprovare e condannare». Ecco, appunto.
Berlusconi è un criminale fiscale e Dell’Utri, se la Cassazione domani 15 aprile lo confermerà, un alleato della mafia. Usiamole, le parole adatte. Chissà quali avrebbe usato Indro Montanelli che giusto vent’anni fa chiudeva La Voce, figlia abortita dell’abbandono del suo Giornale trasformato in house organ del berlusconismo militante. Lui sì che gliele aveva cantate chiare, al suo ex editore e ai suoi scagnozzi. a.m.

domenica 1 dicembre 2013

I miei auguri a Massimo Fini, maestro di giornalismo



Questi sono gli auguri di buon compleanno a Massimo Fini che abbiamo scritto Vittorio Di Giacinto ed io, entrambi suoi amici. Massimo l'ha fatta pubblicare sulla sua bacheca Facebook.

Semplicemente a Massimo.
Nascevi settant’anni fa, vecchio ragazzo. Un uomo singolare, mite, originale. Polemista – razza nobile in via d’estinzione, da non confondere con gli urlatori televisivi – a cui solo l’età ha attenuato un po’ l’umor di cane, non gradiresti un panegirico, anzi, se ti conosciamo un po’, ti toccheresti pure. Dunque niente sperticate lodi.
Però senza i tuoi scritti, apprezzati pure dai modernisti fuori tempo, dai vetero-illuministi, dai progressisti in realtà conservatori, dagli ottimisti razionalisti ed economicisti di tutte le risme, di destra e di sinistra, senza l’emarginazione a cui l’establishment ti ha condannato per anni senza piegarti, senza le tue idee antimoderne e perciò molto attuali, noi che le abbiamo fatte nostre ci sentiremmo interiormente meno liberi di quel che ci sforziamo di essere.
Fatte tutte le debite proporzioni, sei il Nietzsche del giornalismo italiano, uno dei pochi pensatori in circolazione in un’Italia che ha portato il cervello all’ammasso e scordato cos’è avere un’anima. Non ti facciamo gli auguri di buon compleanno, no, ché la prenderesti male, come male vivi la vecchiaia da te ritenuta, da onesto pagano senza ipocrisie consolatorie, un’intollerabile atra senectus. Malgrado il traguardo di oggi, ti auguriamo invece la fortuna di poter essere al nostro fianco quando dovesse avverarsi la tua previsione: la rivolta contro l’angosciante sistema di vita che ci fa vivere, per dirla come si deve dire, una vita da sognatori, disillusi di vivere nel migliore dei mondi possibili.
Ringraziandoti, ti abbracciamo.
Alessio Mannino e Vittorio Di Giacinto

19 novembre 2013

venerdì 8 novembre 2013

In memoria di Camus, padre dei Ribelli



Ieri era il centenario della nascita di Albert Camus, il mio Camus, il nostro Camus, di noi ribelli che un po’ da lui discendiamo tutti. Un uomo in rivolta dice no, era il motto camusiano. Io quest’oggi dico no a farvi leggere la milionesima microbiografia inutile. E vorrei parlavi di quel che ho imparato, dal libertario di Algeri che banalmente, come un uomo comune qual era, morì in un incidente d’auto.
Era partito giovanissimo comunista, e rimase iscritto alla chiesa marxista per neppure un anno. Allergico com’era ai dogmi e alla militarizzazione delle coscienze, non poteva resistere a lungo ad adorare il verbo di Stalin. Si buttò nell’agitazione culturale, perché era sì engagé, ma organico a niente e nessuno. Primo insegnamento: mai restare intruppati per un malinteso senso di gruppo o della disciplina se il tuo esercito si rivela una gabbia, se ti costringe a troppi compromessi, se oltrepassa il limite del bene più grande, l’esigente coerenza con se stessi.
Francese d’Algeria, si sentiva algerino nel senso più ampio della parola: per lui la differenza etnica fra colonizzati e colonizzatori non sussisteva e non doveva sussistere, perché entrambi ospiti della terra e del sole di quel lembo di Mediterraneo. Di qui, quando scoppiò la guerra d’indipendenza contro la Francia, la sua posizione contraria al terzomondismo allora obbligatorio a sinistra, in nome di un sogno diverso: la convivenza. Politicamente, era un’idea che non si reggeva, diciamolo pure: irrealistica. Nel senso che era anti-storica, presupponeva che il colonialismo e il moto di liberazione potessero conciliarsi in una nuova formula di concordia. Secondo insegnamento: la fedeltà alla radici, che tuttavia deve calarsi nel momento storico altrimenti diventa illusione poetica. E infatti lui, l’autore del Mito di Sisifo e dell’Uomo in rivolta, rifiutava sia la definizione di filosofo che l’etichetta di esistenzialista, che lasciava volentieri all’amico-nemico Sartre, invecchiato male a recitare la parte di guru impennacchiato. Preferiva sentirsi chiamare scrittore, uomo di lettere, poeta nel senso originario del termine. Più delle idee amava le parole, purché quelle giuste, aderenti alla vita: “dare un nome sbagliato alle cose contribuisce all’infelicità del mondo”, scrive nel romanzo La Peste. Sulla scia di Nietzsche,  si può dire che l’anima di Camus sta nel mettere sopra ad ogni considerazione l’amore per la vita, affrontandola così com’è, col suo dolore, il suo male, la sua congenita assurdità. E superarne l’orrore e l’angoscia rivoltandosi contro l’ingiustizia degli uomini, l’unico male che si può combattere e alleviare non inutilmente. Senza pietismi, auto-inganni, comode certezze, scorciatoie ideologiche, assumendosi fino in fondo la responsabilità delle scelte. Terzo insegnamento: la sola possibilità autentica di dare senso al non senso dell’esistenza è immergersi nel flusso eracliteo del cambiamento, desiderandolo, rivendicandolo, facendone consapevole bandiera di un contrasto, una volontà trasformatrice, un’attiva ribellione alla situazione data, all’ordine costituito, all’esistente che potrebbe essere, e sarà, differente. Un impegno quotidiano per migliorare la condizione tragica dell’uomo, qui e ora, sapendo tuttavia che il nocciolo tragico della vita resta invincibile.
Ecco perché Camus si oppose sempre, infischiandosene di tutto e di tutti, a conformismi di ogni sorta, anti-totalitario per istinto, indole demistificatoria, con il giudice unico della propria coscienza. Fu antifascista e anticomunista senza per questo essere un volgare liberale, contrario alla pena di morte e difensore dell’Individuo contro il Leviatano, sia esso il Partito o lo Stato:  uno Straniero ovunque, figura alla quale dedicò l’altro suo romanzo più famoso. Quarto insegnamento: più importante del giudizio di un Dio astratto, religioso o umano troppo umano non importa e inevitabilmente carnefice, poiché l’intolleranza è prerogativa di qualunque credo assoluto, è il giudizio mio, di singola testa pensante che semmai desidera una comunità d’appartenenza come atto libero e volontario (“ordine libertario”, è l’espressione che Onfray ha usato per descrivere il pensiero camusiano).
Innamorato del meriggio mediterraneo, Camus spiegò la sua visione tremendamente lucida della libertà interiore in un altro mito, racchiuso nell’Edipo di Sofocle. Cieco e disperato, sul finire della sua vita mortale l’eroe più infelice capisce che il solo legame che lo tiene avvinto al mondo è la fresca mano di una giovinetta. Una sentenza immane risuona allora: “Nonostante tutte le prove, la mia tarda età e la grandezza dell’anima mia mi fanno giudicare che tutto sia bene”. Bisogna immaginare Edipo-Camus felice, perché aveva lottato e sofferto come un vero ribelle e aveva scoperto il segreto ultimo, letteralmente a portata di mano.

Alessio Mannino
www.ilribelle.com 8 novembre 2013

sabato 7 settembre 2013

Contro il digiuno (guai ai farisei ipocriti)


Se predicato da un Papa e praticato dai preti, il digiuno per nobili motivazioni - come la pace - ha un senso religioso e una dignità spirituale. Gesù diede l’esempio digiunando quaranta giorni, per eliminare il superfluo e ascoltare meglio la parola del padre. Ed è questo il significato del digiunare per un cristiano: sentire meno il peso della carne per udire di più la voce di Dio. Un assurdo, visto che la fame il suo morso lo fa sentire eccome, lancinando la carne viva. Ma l’ascesi mortificante è un must dei cristiani: contenti loro…  Bergoglio, fra un tweet e l’altro, invita alla privazione collettiva di cibo questo sabato contro la guerra (sottinteso: alla Siria). L’invito è esteso a tutti, atei compresi. Il che mi pare un controsenso, visto che un ateo degno di tal nome a Dio non ci crede. Ma tant’è, ormai non ci sono più i Papi di una volta.
Lasciando perdere queste fisime sacre, passiamo ai profani affamati per convenienze. Dopo l’annuncio del pontefice c’è stato un corri corri generale per conquistare il titolo di digiunatore più zelante. Uno spettacolo obbrobrioso. Politici, sportivi, attori, gente famosa di tutte le risme si scopre pervasa da un’ascetica volontà di far la fame, sia chiaro per un solo giorno. Il nefasto Veronesi, sempre prodigo di amenità ammantate di scienza, sentenzia: la protesta del Papa è laica, perché è provato scientificamente che la violenza è contro natura. Vi supplico, mandategli un dottore. E’ certamente crudele, aberrante, immorale la “violenza”, quando distrugge vite umane innocenti. Ma che sia innaturale, no. Altrimenti l’insigne medico dovrebbe spiegarci com’è che l’uomo si ritrova in corpo da decine di millenni l’istinto di aggressività, base biologica dell’autoconservazione.
Un altro uomo di Chiesa, don Albino Bizzotto dei Beati Costruttori di Pace, ha finito da pochi di giorni di digiunare contro lo stupro di cemento che ha distrutto il Veneto. Lui, la fede ce l’ha, ci crede e amen. Ma poi è partita la staffetta di sindaci e amministratori comunali per imitarlo. Quegli stessi che non sanno resistere al richiamo dell’onere urbanistico e dello “sviluppo” licenziando piani regolatori in cui scappa sempre la costruzione ex novo, il centro commerciale, la speculazione. Guai ai farisei ipocriti, tuonava l’unico vero cristiano esistito, quello che morì sulla croce. Ma hanno sempre vinto alla grande i farisei.
Mi spiace per chi è in buona fede, ma a me questa storia del sacrificio di ventiquattrore d’orologio, massificato e globalizzato, non convince per niente. E’ un bel media event, di quella grande industria del consenso che è diventata la Santa Madre vaticana. Non abbiamo mai sentito, mai, nessun vicario di Cristo piangere una lacrima per i bambini polverizzati dai droni in Afghanistan. Sarà che laggiù non ce ne sono battezzati cattolici. E non abbiamo neppure mai visto un vescovo di Roma, uno che sia uno, puntare il dito di condanna contro l’Impero del Bene occidentale come fece Woityla contro l’Impero del Male comunista. Troppi interessi da difendere nelle diocesi Usa e nella vecchia Europa.
Preferisco mangiare di gusto e tenermi in forze per fare ciò che posso, nel mio caso scrivere e divulgare chi scrive che la guerra alla Siria non è altro che l’ennesima aggressione illegittima e prevaricatrice degli Stati Uniti e dei suoi reggicoda. Digiunassero pure, i fan di Bergoglio. Sperando che l’ispirazione divina, oltre che far divampare la fede, li illumini anche nella ragione, madre della giustizia.

Alessio Mannino
www.ilribelle.com 12 giugno 2013

giovedì 13 giugno 2013

I tre equivoci dei 5 Stelle


Più passa il tempo, più il Movimento 5 Stelle si incarta e si avvita su equivoci irrisolti. Magagne di fondo, non occasionali. Non parliamo di scivoloni o gaffes, che in una forza in costruzione, piena di energie nuove e perciò alla lettera dilettantesche, si possono comprendere (ma non giustificare). Stiamo parlando di ambiguità concettuali e vuoti di visione, nel pensiero e nell’organizzazione. Problemi strutturali, che se non verranno affrontati ne mineranno la tenuta e la linea col rischio dell’implosione. 
  • Grillo-grillini. Nel mio piccolo, lo scrivo da tempi non sospetti: un conto è Grillo (e dietro di lui Casaleggio), un altro la base, eletti compresi. Il mattatore ha il carattere e la vis polemica del tribuno rivoluzionario, che non fa sconti e non usa riguardi (neppure al simulacro della democrazia rappresentativa, il parlamento). Il tandem con Casaleggio funziona come un rullo compressore macinando nemici e bersagli con una foga di distruzione palingenetica, soprattutto nel linguaggio - più che nei contenuti. Ma funziona, nell’ottica di dare al movimento un’identità chiara di unico soggetto alternativo ai partiti dell’arco costituzionale. Gli attivisti, i consiglieri nei Comuni e nelle Regioni, i parlamentari sono mediamente una truppa spaurita di chierichetti che seguono fiduciosi la parola del loro mentore, ma senza capirne tutte le implicazioni e senza riuscire a far propria la sistematica operazione di abbattimento di feticci, luoghi comuni e manichini che anche a loro ballano ancora in testa. Provenendo in gran parte da sinistra - ma con quelli che vengono da destra non va certo meglio - i grillini sono bloccati da tabù, idee fisse e ingenuità che li rendono politicamente molte spanne al di sotto di Grillo. Il difetto è umano e ideologico: non hanno, o non si sono ancora formati una fibra abbastanza forte, una mentalità abbastanza dura e una cultura di fondo abbastanza alternativa per stargli al passo (basta vedere l’ultimo caso, la senatrice dissidente che incolpa Grillo invece di constatare l’ovvio, e cioè che il movimento sul territorio è etereo, evanescente, disastrosamente web-dipendente). Lui alza i toni, loro li abbassano. Lui serra i ranghi, qualcuno sguscia via trasferendosi nel gruppo misto, o mugugna sentendosi a disagio. O Grillo si ficca in testa che deve formare e selezionare i suoi ufficiali, o assisterà a rovinose cadute nel suo brancaleonesco esercito. 
  • Pensiero forte-pensiero debole. La cacca pestata sui prestiti Bce di cui ha parlato su questo giornale online Federico Zamboni dà l’idea che grande è la confusione sotto il cielo del blog. Confusione non più accettabile. Grillo non può più permettersi sfondoni che oggettivamente lo rendono complice della frode ideologica che ci costringe alla catena dell’Eurocrazia (corretto termine usato pure dall’opinionista principe del blog, Paolo Becchi). Come minimo, si è scordato quanto ha scritto per lungo tempo su Mes, Bce e dintorni uno degli spin doctor assoldati per educare ai media i suoi parlamentari, ovvero Claudio Messora. È l’ultimo e più grave episodio dell’inconsistenza teorica e analitica di un movimento che, se da una parte ha ben congegnato e condotto una strategia politica e di marketing elettorale, dall’altra mostra i segni di una castrante inadeguatezza di pensiero. Finora Grillo e Casaleggio sono andati a braccio sui fondamentali. Non è più possibile né ammissibile. O si dotano di una visione coerente coi loro stessi presupposti di cambiamento radicale, o bisogna trarne la conclusione che il loro radicalismo finisce con l’auspicio di una gestione puritana dell’esistente. Il calvinismo culturale lasciamolo agli anglossassoni, a noi interessa ripensare tutto a partire dalla Costituzione, dall’Europa, dall’economia. Ma per ripensare occorre pensare, e qui siamo al pensiero debole. Troppo debole, ormai. E la debolezza strutturale (mancano proprio le basi, a tanti “cittadini-portavoce”) si rovescia in una sindrome da fortino assediato (i media tutti cattivi) resa ancor più odiosa da un atteggiamento di superiorità (noi unici depositari dell’onestà e della verità) che paralizza il senso critico e autocritico. Brutta china.  
  • Partiti-politica. Non è raro sentire il grillino medio sostenere che lui non è un politico, perché estraneo e allergico ai partiti. Facciamo presente al nostro cittadino consapevole che non è consapevole di un fatto molto semplice ed elementare: chi si occupa della cosa pubblica in qualsiasi forma, fa politica. Essere un politico, nell’accezione corrente e screditata del termine, non va confuso con fare politica, che è diritto e dovere di ciascun membro della comunità. Prendere le distanze financo antropologicamente dall’uomo di partito in quest’epoca senza qualità, quello un po’ pecorone e credulone, va benissimo, ma la politica è cosa nobile e seria. L’eletto grillino usa questo argomento fallace per dire no a qualsivoglia rapporto con le altre forze. Orbene: una volta che si è dentro il gioco, è necessario giocare. Con spregiudicatezza. In questa fase, con le schiere raffazzonate e nel pallone, che si limitano a sputar fuori proposte di legge anche giuste e interessanti ma con l’animo di chi fa il suo bravo compitino, senza capire un’acca del compito del movimento che è – dovrebbe essere - la distruzione creatrice, Grillo sta facendo opera di compattamento trincerando i suoi in un massimalismo obbiettivamente indispensabile. Ma un domani, proprio con lo scopo di scompaginare le file altrui e muoversi da guastatori del sistema, nulla vieta di illudere gli avversari facendo loro credere di essere istituzionalizzabili, cercando una sponda ora qua ora là. Per l’azzardo e la guerra di corsa, tuttavia, servono uomini capaci e disposti a combattere battendo bandiera pirata. Poi uno vede Vito Crimi e Roberta Lombardi annegare negli autogol, e gli vien voglia di buttare una scialuppa di salvataggio. Altro che pirati. Altro che rivoluzione.
Alessio Mannino
www.ilribelle.com 12 giugno 2013

venerdì 26 aprile 2013

Cari Grillo e Casaleggio, alzate il tiro



Cari Grillo e Casaleggio, fingiamo che leggerete questa mia, che in ogni caso vi invierò. Il sottoscritto è un giornalista che simpatizza per il vostro movimento perché l’unico su piazza che ha in sé le premesse per far largo ad una vera Liberazione. Con i suoi limiti, difetti ed errori, com’è umano che sia essendo nato praticamente ieri, partito da una sana tabula rasa degli schemi del passato, e composto da persone assolutamente comuni, e perciò prive di preparazione politica. È una forza, quella da voi fondata, al momento rivoluzionaria solo potenzialmente, ma che presenta i presupposti per diventarlo effettivamente: il rifiuto dell’intera classe partitica, una sacrosanta ostilità per i padroni del vapore, la confusa ma forte volontà di riappropriarsi direttamente della cosa pubblica, l’apertura a orizzonti alternativi in economia, il tentativo di conciliare istanze sociali finora considerate opposte (il precario è sia lo schiavo del contratto a tempo che il piccolo imprenditore alla catena della finanza bancaria), l’intuizione del primato della vita sulla produzione, la riscoperta del necessario valore della comunità. 
Ma per fare del Movimento 5 Stelle l’ariete della distruzione creativa e ricostruzione radicale non basta l’agenda elettorale, né lanciare suggestioni e richiami senza una rigorosa elaborazione culturale. Occorre alzare il tiro e affrontare, sia pur con la dovuta gradualità, i nodi epocali che tengono l’Italia e l’Europa soggette a mali di fondo che vanno ben al di là dei costi della politica o del livello di tasse. Io mi permetto qui di suggerirvi tre temi di lungo periodo che secondo me dovrebbero essere fatti propri da un movimentismo che non si rassegni ad un’opposizione puramente parlamentaristica, istituzionalizzata e a rischio binario morto nell’inseguire la tattica del giorno per giorno. 
1. Il controllo della moneta è decisivo. Il sistema monetario europeo andrebbe radicalmente rifondato. Non essendo possibile farlo, lo Stato nazionale, attualmente depositario della sovranità popolare, deve poter riprendersi il potere di emissione e circolazione delle moneta. Il ritorno alla valuta nazionale dovrebbe farsi a due condizioni: un’uscita regolamentata e organizzata in modo da alleviare le prime conseguenze negative, e un riassetto radicale della gestione monetaria, a partire dalla proprietà pubblica della nuovo divisa nazionale, con una banca nazionale dello Stato e non in mano alle banche. Riappropriandosi della moneta, togliere alle banche l’esazione occulta dell’interesse rimodulando il circolante: non più liquidità speculativa, ma scambi tramite moneta deperibile e garantita da camere locali di compensazione. 
2. Il metodo di autogoverno preferibile è la democrazia diretta in ambito locale, con una parte di delega rappresentativa limitata all’essenziale (come in Svizzera e più della Svizzera). L’architettura istituzionale, coerentemente con l’aspirazione all’autogoverno più vicino possibile alla dimensione comunitaria, dovrà essere giocoforza federale. Questo anche deriva dal bisogno di rimettere radici, di riscoprire i caratteri ancora vivi e vivificanti delle tradizioni, ridare alla vita del singolo ritmi e condizioni a sua misura e del contesto naturale in cui vive (ottica bioregionale). Un federalismo a democrazia diretta secondo il principio di sussidiarietà: altro che vent’anni di chiacchiere leghiste. 
3. Mettere in discussione l’alleanza-sudditanza agli Stati Uniti e alla sua politica imperiale va di pari passo con lo svincolarsi dalla dittatura dell’austerità germanica. Come non è sopportabile una politica economica ostaggio dei diktat tedeschi, non è più accettabile essere di fatto un protettorato Usa, con basi disseminate sul territorio nazionale ed una politica estera succuba degli interessi di Washington. È vitale porsi l’obbiettivo della riconquista della sovranità, presupposto della libertà di autodeterminazione. 
In sintesi, il nostro già barzellettesco Stato non batte moneta, di fatto non ha autonomia fiscale, è privo di indipendenza geopolitica e si è consegnato mani e piedi ad una tecnostruttura sovranazionale schiava della speculazione: tecnicamente, non è più in nulla uno Stato sovrano, libero. Una colonizzazione avvenuta in modo indolore, sottile, mascherato, coperta dai falsi ideali dell’atlantismo, del libero mercato e della mistica europeista. Non a nostra insaputa, sia chiaro, ma col nostro consenso o con la nostra indifferenza. Ne stiamo pagando amaramente il fio, che si chiami Napolitano bis, dittatura dei mercati, Mes, Esm, tassazione usuraia, schiavitù salariata, immigrazione senza controllo, oblio della storia e paesaggio sbranato. In una parola: disumanizzazione.
Ma per tutto ciò, il blog, i meetup e la rete da sole non bastano. Serve una palestra d’idee per addestrare i cittadini che sognava Monicelli in un suo appello prima di morire: che non si affidino alla trappola della speranza, ma lottino per la sovversione dell’ingiustizia. Massimo pragmatismo sul qui e ora, ma nessuna concessione su scopi finali che andrebbero definiti con chiarezza, senza fretta ma anche senza indugio. Create, creiamo un giornale online della rivoluzione futura, che coinvolga menti giovani e non più giovani, ma ferventi di pensieri coraggiosi. E si strutturi il movimento privilegiando le competenze, con un’opera di formazione culturale e politica istruendo eletti e candidati. Fatelo, o il presente vi schiaccerà. E con esso, la nostra fiducia nel vostro movimento. 

Alessio Mannino
www.ilribelle.com 24 aprile 2013