Io non sono sempre delle mie opinioni. G. Prezzolini

lunedì 27 aprile 2015

Qualcosa di personale. Ma anche no


Nel mio lavoro ogni tanto qualcuno, sentendosi preso di mira da articoli di critica o polemica, crede che io li scriva mosso da motivi personali. Quindi, ad esempio, se conduco una campagna giornalistica su un politico in vista, un esponente istituzionale o un privato coinvolto in casi di pubblico interesse, significa che ce l’ho con lui, perché mi sta sulle balle per una qualche mia arbitraria antipatia. Non è vero niente, ovviamente. Le cose sono molto più semplici ma allo stesso complicate, per un certo tipo di mentalità corrente. Dovrebbe essere semplice afferrare il principio per cui un giornalista, nel far emergere magagne e responsabilità, focalizza la propria attenzione sulle persone a cui ritiene di addebitarle. Prove e fatti alla mano, s’intende.
Lapalissiano? No. Purtroppo, per chi ragiona con il metro esclusivo dell’interesse personale, è estremamente difficile comprendere chi agisce in base a regole disinteressate, impersonali. Specie se  potente e abituato a risolvere tutto con un bel do ut des, il personaggio offeso non arriva proprio a capire perché mai si punti il dito sui suoi problemi. Non inquadra, l’ingenuo ipocrita, che se ficco il naso è perché i suoi problemi non sono suoi: sono anche miei e di tutti. E se è pure assuefatto da una stampa lecchina al tappeto rosso e ai salamelecchi, pensa addirittura che il rompicoglioni che gli scrive contro sia un individuo malvagio, incattivito, con turbe psicologiche.
Retropensiero del padrone del vapore: ma guarda questo scribacchino, invece di starsene buono e pensare ai fatti suoi, scarabocchia sangue e merda rovinandomi l’immagine! Sopravvaluta se stesso, il pallone gonfiato: non scriverei più una riga, su di lui, se la sua esistenza smettesse di avere un risvolto pubblico. E sottovaluta il sottoscritto, e l’orgoglio di chi fa il mio mestiere per il gusto del mestiere, di farlo bene fino in fondo. Lui avrà il potere e i quattrini, a noi cacciagrane lasci almeno la durezza della buona fede – il narcisismo dell’altruismo. Diceva Nicolás Gómez Dávila: “giornalismo è scrivere esclusivamente per gli altri”.

giovedì 22 gennaio 2015

Il blues di Sileno



Io non sto con chi non conosce il muro cieco della solitudine. Non sto con te che credi alla felicità e non alla gioia. Non sto con chi s’accomoda nell’indulgenza di sé. Non sto con l’illuso che si racconta le bugie perché preferisce dormire la notte ed essere sonnambulo di giorno. Non sto col prossimo mio che ama me come il suo cane: mi porta a pisciare, mi accarezza, mi accudisce ma solo perché vede in me il fedele bipede da compagnia. Non sto con chi legge il libro della speranza al contrario, e non capisce che la speranza è l’ultimo dono malefico di quella gran puttana di Pandora. Non sto con chi non sente un fremito di vergogna nel sopravvivere a sbafo della propria piccolezza di uomo, miserabile che porta il peso della coscienza – che possa crepare annegata nel mar color vino dell’abisso, la coscienza tutta sudicia di polvere e ghiaccio…
Io sto con chi cammina a testa alta col cuore bucato e gli occhi lucidi di disincanto. Sto con chi ha la suprema dignità di tenere il dolore nella cantina dei propri segreti, assieme a qualche bottiglia di lacrime e ricordi distillati senza pietà. Io sto coi balordi indesiderati alla cassa, con gli estremisti dell’attimo perdente, con gli scapigliati che mangiano zuppa d’angoscia e la risputano come nettare d’ambrosia. Io sto con te che chiami il tuo vicepresidente il vicemerda, e il tuo presidente non hai bisogno di chiamarlo, indovina cos’è?
Sto con te che sei uno spostato perché non ti muovi neanche a cannonate dalla tua coerenza. Sto con te che uccidi te stesso ogni giorno un po’, così da arrivare spavaldo di fronte alla tua ombra. Sto con te che non sai che farci, con la tua vita, perché non l’hai scelta e sai bene che aveva ragione Sileno: era meglio non nascere. Ma sto anche con te che fai le ore piccole perché hai pensieri grandi e sogni timorosi del risveglio. E sto con te che vuoi vincere ma sai di perdere, e resti in trincea a sparare in una guerra che non avrà mai fine. Sto con te che racconti barzellette alla morte che sta dietro alla tua spalla destra e ride con te, e di te.
Sto coi commedianti senza pubblico, coi luridi dall’animo candido, con chi marcisce in un paradiso tutto suo, con gli irregolari con una loro regola, con i bluesmen che scrivono spartiti senza suono, coi vecchi che contano le rughe come le tacche di avversari vinti in una lunga inutile onorevole battaglia, coi giovani che innaffiano di letture velenose la volgare spensieratezza degli anni che rimpiangeranno, coi contaminati dalla barbarie della sensibilità, coi figli di nessuno e i balbuzienti dell’istinto.
Sono al fianco di chi è tormentato dall’arpia della ragionevolezza e vorrebbe buttarsi nel sangue di una grande impresa. Sono con chi ama l’infinito in una pozzanghera e, guardando dentro, non ci trova uno straniente di niente. “L’uomo è un animale malato”.

mercoledì 24 dicembre 2014

Auguri "eversivi"



E’ Natale, siete tutti più buoni. Io, no. E siccome sento puzza di caccia alle streghe, ripubblico su questo mio blog che ormai curo poco, un articolo di poco tempo fa sull’Intellettuale Dissidente, grintosa iniziativa di un manipolo di giovani romani (in mezzo a cui, credo, sono il più vecchio). E lo riposto segnalando che un attivista del Movimento 5 Stelle di Grizzana Morandi, piccolo paese sull’Appennino bolognese, Vito Sutera, ne ha estratto un video. Che mi ha segnalato con un’email piena di umiltà e gentilezza. Grazie a lui, e a voi miei venticinque lettori. a.m.

#SonoUnEversore e me ne vanto
 
Per nulla caro Capo di questo Stato e nient’affatto eccellente Presidente di questa Repubblica, Giorgio Napolitano, anch’io sono un eversore. Sono un eversore perché se l’antipolitica è rifiutare questa politica, predicarla e praticarla è un titolo d’onore. Sono un eversore perché se un apparatchick come Lei, della parte peggiore del comunismo italiano, che non ha mai lavorato in vita sua, viene a dirmi che non essere d’accordo con Lei e con tutti quelli come Lei significa essere affetti da “patologia”, allora sono pure malato, e con somma gioia e gaudio.
Sono un eversore e perciò anti-democratico, sissignore: e per favore non venga anche a dirci che Lei è un democratico e che la nostra è una democrazia, perché in democrazia tutte le opinioni, ma proprio tutte, devono poter esprimersi, specialmente le più lontane dalle nostre, perfino quelle incomprensibili e aberranti. Sono un eversore perché, guardi un po’, a me non piace per niente questa truffa e parodia di Europa, che ha infangato e distrutto l’ideale europeo sfigurandolo e prostituendolo in esproprio finanziario delle nostre tasse e del nostro lavoro, anzi, di più, sono fieramente contro le istituzioni di Bruxelles e Strasburgo da Lei venerate come intoccabilmente divine, paravento del vero potere bancario che comanda da Francoforte.
Sono un eversore perché contro la corruzione che dilaga la classe dirigente, pardon digerente, che Lei rappresenta al massimo grado non ha voluto fare l’unica cosa che si dovrebbe fare: non altre nuove leggi-annuncio o ri-di-co-li “corsi di legalità” (idea di una nullità del Pd di cui non faccio neppure il nome tanto è inutile e superflua la sua esistenza a questo mondo), ma snellire e semplificare i processi accorciando i tempi terzomondisti della giustizia, eliminando tutti quei pelosi e finti garantismi che mandano in galera solo i poveri cristi o i mafiosi già fatti fuori dalla mafia.
Sono un eversore perché me ne strafrego delle balle sesquipedali spacciate quotidianamente per verità inconfutabili, come per esempio che l’Italia sarebbe una nazione sovrana, quando è piena di basi militari di un esercito straniero accampato in pianta stabile per il mutuo contratto settant’anni fa e ampiamente scaduto, non batte moneta propria, non ha più alcuna autonomia di bilancio e si fa eterodirigere da un Reichskommissar in gonnella e da un tizio occhialuto con la faccia da pesce lesso finlandese il cui unico scopo nella vita è renderci la nostra un inferno contabile.
Sono un eversore perché vorrei vedere bruciare qualche augusto Palazzo in più e molte vite di comuni indebitati (lavoratori, imprenditori, schiavi moderni) in meno. Sono un eversore perché non appena sorgerà un’associazione di uomini e donne libere dalle tossine del quieto vivere e del ben pensare, visto che non potrà essere che un’associazione eversiva, correrò a iscrivermi, purché sia eversiva sul punto fondamentale: non avere più nessun tabù, salvo il rispetto della dignità umana allegramente calpestata e vilipesa per difendere i privilegi di chi ci mangia sempre, con tutta la loro sterminata corte di reggicoda, lustrascarpe, camerieri e sgualdrine della porta accanto. Sono un eversore perché sono stufo di essere stufo, di inveire, di protestare, di appellarmi ad una coscienza popolare che non c’è, e non vedo l’ora che giunga l’ora della resa dei conti.

Alessio Mannino
L’Intellettuale Dissidente
12 dicembre 2014


sabato 12 luglio 2014

Compagnucci, parliamo di partecipazione dei lavoratori nelle imprese?





E così anche Vicenza vedrà la sua Festa dell'Unità, rinominata “Fornaci Rosse” perché si svolgerà nell’omonimo parco. A promuoverla una costola giovanile del Partito Democratico vicentino, l’associazione “Nuova Sinistra”, che vorrebbe ancora dire “qualcosa di sinistra”. La kermesse storica deve il suo nome, com'è arcinoto, al quotidiano fondato nel 1924 da Antonio Gramsci, e che oggi è uno dei due giornali di area Pd (l'altro è Europa, foglio semiclandestino e moribondo). La testata che fu organo del Partito Comunista aveva una sua dignità editoriale e critica - pensate a Fortebraccio o al satirico Cuore - mentre oggi è a un passo dal fallimento. E non solo economico, ma d'identità. Che senso dare ad un nome, una storia e una realtà schiacciata da La Repubblica, giornale-lobby di De Benedetti azionista occulto del partito, e insidiato dal Fatto Quotidiano, altrettanto in ambasce (è dovuto sbarcare in Borsa per racimolare liquidità) ma ben più spregiudicato e agguerrito? Da rossa, l'Unità è diventata grigia. Ma ecco che viene in soccorso Matteo Renzi, e col suo fiuto per il marketing decreta che il brand "Unità" può ancora funzionare, per evocare un mondo di sinistra che non c'è più e più non ci sarà. Può funzionare, si capisce, solo come marchio e logo per le feste a base di salsicce, nostalgia e conferenze. Per i giornalisti che aspettano lo stipendio, ultimi sfortunati eredi di una gloriosa tradizione, si vedrà.
Se possiamo, suggeriamo un tema a compagni e compagnucci. Uno di quelli che permette, se Dio vuole, un contraddittorio, magari invitando anche industriali, sindacalisti di vario orientamento, persino intellettuali (brutta parola, ma è per capirci). Ci riferiamo alla partecipazione dei lavoratori alle imprese. Qui a Vicenza sia Confindustria sia la Cisl ne hanno fatto un cavallo di battaglia, sia pure in versione soft (niente gestione, solo ore di lavoro in cambio di quote). Scettica la Cgil, che vorrebbe tradurla in effettivo potere decisionale all'interno delle aziende. A inizio anno sia Renzi che Alfano aveva ripescato dal cilindro l'idea, spacciandola come una novità loro. Vediamo di capire cos'é e da dove viene.
La cogestione fra imprenditori e lavoratori proviene idealmente del sindacalismo socialista, non marxista ma mutualista, cooperativistico, d’ascendenza proudhoniana, libertaria, rispettoso della proprietà privata. Venne poi fatta propria, in modi ovviamente diversi, dal corporativismo prima cattolico poi fascista, quest’ultimo specialmente nella versione hard di Ugo Spirito (la “corporazione proprietaria” in cui capitale e lavoro si sarebbero fusi: una prospettiva rigettata dal regime, che la considerò “bolscevizzante”, e che preferì contentarsi di un carrozzone burocratico, appunto corporativo nel significato peggiore del termine). L’unico vero esperimento su larga scala in Italia, che non decollò perché autoritario, tardivo e calato dall’alto mentre infuriava la guerra civile, fu la “socializzazione” tentata dalla Repubblica di Salò. In tempi più recenti e democratici, a parte le marginali “comuni anarchiche” statunitensi e i kibbutz israeliani, ha avuto una massiccia applicazione in Germania con la cosiddetta “economia sociale di mercato”, nota anche come “modello renano” o “Bitbestimmung”: i sindacalisti siedono nei consigli di amministrazione delle grandi aziende in rappresentanza del capitale detenuto dai dipendenti. La “via tedesca” (a cui Renzi, proprio lui, aveva fatto cenno nello scorso gennaio) è osteggiata dal ceto imprenditoriale, mentre l'altra versione (azioni legate alla produttività e distribuzione di parte degli utili) è la formula più moderata che va per la maggiore. Anche Beppe Grillo nel 2013 aveva prospettato la compartecipazione, e ci aveva aggiunto a corollario lo svuotamento del sindacato in quanto tale.
Una discussione possibilmente seria sul tema non c’è mai stata davvero. Il solo immaginare una ricostruzione dell’economia in senso partecipativo è vietato dal politicamente corretto. Perché vorrebbe dire incidere nella carne viva del sistema economico: la proprietà e il meccanismo decisionale. A grandi linee si tratterebbe di un’epocale riforma che avvicinerebbe l’impresa alla cooperativa: sempre privata, sempre di mercato, ma sociale. A condizione che il singolo lavoratore possa contare qualcosa, e questo senza sottostare necessariamente al filtro sclerotizzante e potenzialmente clientelare delle burocrazie sindacali. Tutto questo è di sinistra? Sinceramente, chi se ne frega. Per tutto il resto, si apra il dibattito. a.m.