Io non sono sempre delle mie opinioni. G. Prezzolini

venerdì 11 novembre 2011

Il rivoluzionario e il liberista

Vi propongo due punti di vista sideralmente opposti. Uno è quello di Ferdinando Rossi, già senatore del PdCI ed ex comunista, oggi a capo del movimento Bene Comune. L’altro è di un economista, Luigi Zingales, liberista sfegatato (è stato, tra l’altro, fra gli autori delle 100 idee del Wiki-Pd di Matteo Renzi, il nulla che avanza). Il primo presenta una visione politica e sociale radicalmente alternativa al paradigma dominante. Quello, in sintesi, di cui il secondo è un vessillifero. L’aspetto interessante – e ammirevole - è che entrambi sono coerenti fino alla morte coi propri presupposti. Così, Rossi ha abbandonato il teatrino dei pupi destra contro sinistra in direzione di un nuovo pensiero che risponde alle esigenze popolari di oggi, e si fa beffe delle incrostazioni ideologiche della sua parte di provenienza (illuminante la battuta rivolta agli eterni partigiani sul fatto che sia facile combattere i nazisti quando i nazisti non ci sono più da settant’anni, e che invece una resistenza aggiornata ai tempi dovrebbe individuare il vero, attuale avversario nel superpotere di finanzieri e tecnocrati apolidi, con i partiti di sistema a fare da tappezzeria). Zingales, invece, critica la grottesca iniziativa degli imprenditori italiani di donare l’oro alla Patria, ossia di comprare titoli di debito pubblico, come un palliativo illusorio che copre il nodo delle agognate riforme strutturali. Ascoltate l’uno e leggete l’altro, attentamente: meritano entrambi. Io sono sulla stessa lunghezza d’onda di Rossi, ma guardo con rispetto alla spietata lucidità di Zingales. (a.m.)

Se il patriottismo fa male
Come italiano non posso che esprimere la mia ammirazione per il senso di responsabilità e lo spirito di abnegazione dimostrato da chi ha lanciato e aderito all'appello a investire i risparmi in titoli di Stato italiani. Come economista ho grandi perplessità che spiegherò più avanti. Da questa difficile situazione - con lo spread fino a 575 punti - si può uscire solo se ci rimbocchiamo tutti le maniche e facciamo la nostra parte. Storicamente, gli italiani hanno sempre dato il meglio di sé nei momenti più difficili, supplendo con il sacrificio personale all'incapacità e inettitudine dei loro governanti.
Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, per esempio, mentre il re e Badoglio si davano a una precipitosa fuga senza lasciare chiari ordini, i nostri soldati si immolavano a Cefalonia, Corfù, e in molti altri luoghi in nome in uno Stato che li aveva abbandonati al proprio destino. Come economista, però, non posso che interrogarmi sull'efficacia di questa proposta. Se lo scopo è quello di influenzare lo spread rispetto ai titoli tedeschi con acquisti nostrani, devo denunciare la futilità dell'iniziativa. Oggi il debito pubblico italiano è intorno ai 1.900 miliardi, 47% del quale detenuto all'estero. Anche ammettendo che tutti gli italiani non vendano, per sostenere artificialmente i prezzi in assenza di fiducia da parte degli operatori esteri è necessario essere pronti a riacquistare tutto il debito detenuto all'estero.
Si tratta di 893 miliardi di euro, pari a 23mila euro per contribuente. Benissimo - mi si dirà. L'imprenditore Giuseppe Covre da Oderzo ha acquistato 20mila euro di titoli. Se tutti fanno come lui il Paese è salvo. Peccato, che il 64% dei nostri contribuenti guadagna meno di 15mila euro. Difficile immaginare che possano investire 20mila euro in titoli di stato. Se escludiamo costoro, che probabilmente non hanno alcun risparmio da investire, la cifra sale a 64mila euro per contribuente. Il 91% dei contribuenti al di sopra dei 15mila euro, però, guadagna meno di 50mila euro. Pensiamo veramente che abbiano 64mila euro liquidi da investire? Se escludiamo anche costoro ci troviamo con solo un milione di contribuenti al di sopra dei 50mila euro. Per assorbire il debito estero costoro dovrebbero investire 893mila euro a testa. Ma allora gentile signor Covre se non vuole limitarsi ad un gesto solo simbolico investa 900mila euro in titoli di stato, non 20mila. Se vogliamo essere realisti l'investimento in titoli di Stato dovrebbe essere almeno proporzionale al reddito. Il conto è presto fatto: visto che il rapporto debito-Pil è di circa il 120% e che la componente di debito detenuta all'estero è pari a 47%, questo significa che ognuno deve essere disposto ad acquistare ulteriori titoli di Stato per un valore pari al 56% (0,47 per 1,2) del suo reddito lordo. Siamo sicuri di trovare molti volontari?
Ma come può essere così difficile, se le statistiche, opportunamente ripetute, riportano che gli italiani hanno una ricchezza pari a cinque volte il Pil? Se sono così ricchi, non possono forse ricomprarsi il debito? Il problema è che la maggior parte della ricchezza degli italiani è in immobili e aziende di famiglia. I primi poco redditizi, le seconde già molto indebitate. Per investire il 56% del proprio reddito lordo in titoli pubblici italiani, gli italiani dovrebbero cominciare a vendere immobili e aziende, con effetti estremamente depressivi sull'economia.
Più ragionevole sarebbe raccogliere i soldi dei volontari in un fondo di intervento per sottoscrivere i titoli di Stato in sede di asta, laddove la Bce non può intervenire. Questo avrebbe un duplice vantaggio. Primo, acquistando titoli di nuova emissione l'operazione non si trasformerebbe in un bailout degli investitori esteri a spese degli italiani patriottici. Secondo, aiuterebbe a evitare un umiliante intervento del Fondo monetario internazionale nell'ipotesi, poi non tanto remota, che la domanda a un'asta non sia sufficiente. Per assorbire i titoli in scadenza nei prossimi dodici mesi ci sarebbe bisogno di 300 miliardi di cui 140 detenuti all'estero. Divisi per i 14 milioni di contribuenti che guadagnano più di 10mila euro all'anno si tratta comunque di un investimento di 10mila euro per contribuente.
Se c'è abbastanza seguito, questo fondo potrebbe servire se non altro a dimostrare al mondo la volontà degli italiani di sacrificarsi. Ma per essere preso sul serio, questo fondo dovrebbe essere più che simbolico nell'ammontare ed equo nella distribuzione del peso, diciamo con un investimento di 5mila euro per cui guadagna tra i 10 e i 50mila euro, un investimento di 20mila per chi guadagna tra 50 e 100mila, e di 50mila per chi guadagna più di 100mila. Ma sarebbe comunque una pezza solo per dodici mesi, e dopo?
Il Paese non è vittima della speculazione internazionale da cui deve essere salvato, è vittima di una classe dirigente che ha fatto di tutto per portarlo allo sfacelo. Per quanto eroico, il "serrate le fila" non ci aiuta a risolvere il problema, anzi lo peggiora, prolungando l'agonia e ritardando un salutare ricambio.
Dopo l'invasione dell'Etiopia, il regime fascista, isolato sul piano internazionale e sottoposto a sanzioni, chiese ai cittadini di donare le proprie fedi nuziali alla patria. L'iniziativa ebbe un enorme successo di immagine. Guglielmo Marconi e Luigi Pirandello donarono addirittura la loro medaglia di premio Nobel. Il consenso ottenuto ringalluzzì Mussolini e gli diede l'illusione che l'Italia potesse combattere contro il mondo intero. Fu in parte questa illusione che lo spinse a entrare nel conflitto mondiale. Forse se gli italiani avessero dimostrato un po' meno senso patriottico, ci saremmo risparmiati quasi mezzo milione di morti, due anni di occupazione nazista, e danni incalcolabili. Per quanto nobili, in campo economico gli appelli al patriottismo possono essere controproducenti. Oggi il vero patriottismo consiste nel lottare per un cambiamento, non nel sostenere a tutti i costi l'esistente.
Luigi Zingales
Il Sole 24 Ore 10 novembre 2011

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