Io non sono sempre delle mie opinioni. G. Prezzolini

lunedì 26 marzo 2012

Precariato, voci dall’inferno

Il governo del liberista Monti vara la riforma Fornero, che ridotta all’osso vuol dire licenziamenti più facili e una regolamentazione del precariato, che però continuerà a esistere seppur in una forma meno caotica. Questa è anche la sensazione dei precari, gli schiavi moderni dell’economia globale.
Alessandra, 32 anni, diploma classico e laurea in sociologia a Padova, durante il periodo universitario era una studente-lavoratrice («al mattino a lezione o sui libri, di pomeriggio baby-sitter, di sera dietro al bancone di un pub») aveva tentato la via del master. «In scienza e tecnologia: ne sono uscita con un voto alto e uno stage in un istituto di ricerca», che al termine le offre un primo contratto di collaborazione, rinnovato di anno in anno ogni 4-5 mesi fino a oggi. E sono passati sei anni. «La stabilità è un miraggio, resto sempre una consulente. Porto a casa 1200 euro al mese. Per poter far quadrare i conti, col mio ragazzo che ne prende 500 in un call center e un figlio di due anni, sono tornata a fare qualche sera al pub». Le viene quasi da piangere: «C’è chi mi dice che abbiamo fatto una pazzia a fare un figlio. Una pazzia un figlio, capisci? Ma devo rinunciare all’amore e alla famiglia?». Monti e Fornero? «Ci prendono in giro. Da quel ho capito, io non potrei più essere riassunta ogni tot mesi ma a un certo punto dovrebbero darmi il tempo indeterminato. Bene: ma chi impedisce al mio datore di lavoro di ricominciare daccapo con un’altra persona, eliminando me?».
Sergio, 30 anni, si definisce «vittima dell’inferno interinale». Non è laureato, ci ha provato ma ha dovuto abbandonare per motivi economici e familiari («dovevo sostenere i miei, dopo che mio padre è andato in cassa integrazione»). La sua odissea è cominciata dieci anni fa in un supermercato come magazziniere, appena 6 mesi. Allora si è iscritto a tutte le agenzie interinali di Vicenza: «e tutte mi dicevano che lavoro non ce n’è perchè avevo un inutile diploma scientifico e non avevo esperienza. Ho frequentato dei corsi organizzati dalle agenzie, anche a pagamento: contabilità, vetrinista, di tutto…». Risultato: nulla. «Tornai al supermercato, poi riuscii a fare il commesso in un negozio di abbigliamento visto che con la parlantina ci so fare». Ma dopo un anno basta anche qui, e torna a fare il giro delle sette chiese interinali. «E sai cosa mi dissero? Che avevo troppa esperienza qua e là, frammentata…». Sergio è nero: «Quando vedo i nostri politici, compreso il presidente di questa repubblica delle banane, che vogliono solo dare un ritocchino alla loro tanto amata flessibilità mi vien voglia di… non lo dico nemmeno». No, dillo, per favore. «Altro che forcone… Ci siamo capiti, no?». Anche troppo.
Andrea aveva un sogno: lavorare in un’azienda informatica. E’ il classico cervellone tutto computer e tecnologia, ma non un nerd («mi piace la campagna e l’aria aperta, e se avessi più tempo, maledizione, farei anche più sport, la pallavolo»). Ha 27 anni ed ha una laurea in informatica. Dopo l’alloro e un 108, riesce a entrare come stagista in una ditta del ramo. «Ero pieno di entusiasmo, stavo facendo la gavetta con l’animo alle stelle, mi facevo il mazzo ma ero felice». Dopo 9 mesi ecco il cocopro, scadenza 6 mesi, ma deve trasferirsi a Milano. Lo stipendio è buono, 1800 euro al mese, ma deve pagarsi tutte le spese da solo. Lui ci prova ugualmente, un po’ di aiuto glielo danno i genitori. Lavora come un mulo, ma spera. Alla fine, non viene riassunto. «Mi hanno detto, brutalmente, che hanno la fila fuori dalla porta e se vogliono trovano pure chi lavora gratis. Mi avevano dato una chance perchè sono bravo, ma sanno che non posso resistere a lungo con l’affitto da pagare e loro un aumento non me lo danno neanche per sogno». Così ha dovuto fare le valige ed è tornato nel suo paesino del Vicentino. Invia il suo curriculum ovunque e non demorde, ma gli è rimasta dentro una grande frustrazione. «Io dico solo questo: fa bene la Cgil a combattere sull’articolo 18, perchè non è possibile concedere sempre tutto, non è giusto essere trattati come sacchi di patate, da buttare via quando non serviamo più».
Mario di anni ne ha 32 e, dopo una trafila di lavoretti precari, da 4 fa il mediatore finanziario. Lui è un privilegiato: è riuscito a conquistare il tempo indeterminato. «Ho un fisso e le provvigioni, campo bene ma vivo ancora coi miei perchè, essendo single, da solo non riuscirei a risparmiare nulla». Sul nuovo mercato del lavoro è molto critico: «Il succo del discorso è che ora sarà più facile mettere sulla strada anche me». Si parla di un’assicurazione sociale (il fondo Aspi), per chi resta disoccupato. «Anzitutto la riforma parte dal 2017, vero? Chissà i governi futuri cosa combineranno nel frattempo. E voglio proprio vedere se i soldi per il sussidio di disoccupazione ci saranno davvero». Quindi il posto di lavoro dev’essere inamovibile? «Non dico questo, ma non credo neanche un po’ alla volontà di tutelare il lavoratore, come dice la “Frignero”. L’unica soluzione sarebbe il reddito di cittadinanza, ma non ci saranno mai i soldi perchè questo vorrebbe dire ridiscutere tutto il sistema economico e sociale». Pensieri alternativi… «No, io che vivo costantemente sotto stress, che non ho il tempo neanche per pisciare, che vedo i miei colleghi più anziani imbottirsi di psicofarmaci e qualcuno beccarsi, a 40 anni, l’infarto, che con la crisi ho visto diminuire la mia clientela, che ho visto un imprenditore che conoscevo suicidarsi, penso solo che la gente che ci governa vuole solo che diventiamo automi. Sono dei bastardi».
Alessio Mannino
www.nuovavicenza.it 23 marzo 2012

giovedì 15 marzo 2012

Il lucido e serio masochismo degli svizzeri

“Volete sei settimane di ferie all’anno, obbligatorie?”. Ieri il 66% degli svizzeri che ha votato il quesito referendario - 16 giorni in più di vacanze - ha risposto no, non le vogliamo. E’ la sesta volta che la Svizzera rifiuta di aumentarsi il periodo vacanziero. Sono svizzeri, si dirà: un popolo di orologiai e bancari, gente precisa, metodica, indefessa.
Gente seria da un lato e fessa dall’altro, alla luce del risultato di ieri. Seria, indubbiamente. E’ ammirevole che si possa discutere e si faccia votare un tema che ha a che fare con la vita concreta delle persone com’è la quantità di lavoro. Su questi argomenti banali ma importantissimi, da noi, nell’Italia dei Marchionne, dei Berlusconi e delle coop ex rosse, vige il divieto assoluto anche solo di dibattito. Lavorare meno? Un tabù, non se ne parla neanche. Gli svizzeri, con una pluricentenaria storia di democrazia diretta, si dividono e si esprimono su tutto, senza pregiudizi. Questa è civiltà.
Nel caso specifico, i due fronti erano uno, i promotori, il sindacato Travail Suisse e in generale la sinistra, l’altro gli industriali e la destra. I primi sostengono l’evidenza, e cioè che il lavoro contemporaneo è frenetico e stressante, e che poter staccare salvaguarda la salute e la qualità stessa del lavoro. I secondi hanno replicato con una massiccia campagna al grido, scontato come un orologio svizzero, “Più vacanze=meno lavoro”, ma anche affondando emotivamente con uno spot in cui si vede un paziente in ospedale che attende invano l’intervento per mancanza di staff. Hanno vinto questi ultimi, forti del clima teso e pauroso dovuto alla crisi mondiale e al timore di perdere ricchezza in termini di prodotto interno lordo. Ha vinto, insomma, l’ideologia iper-lavoristica della crescita e della competitività ossessiva.
E per di qui emerge l’altra faccia del voto: la fessaggine dei nostri integerrimi confinanti. Che è anche nostra. Rincorrere all’infinito il miraggio di un benessere sempre sull’orlo di una crisi di nervi – una speculazione di borsa, una tempesta dei mercati, le politiche economiche e finanziarie una volta degli Usa e l’altra della Cina o dell’India – è dopare un tossico che prima o poi ci rimarrà secco. I tossici siamo noi occidentali, malati di globalizzazione e di doverismo insensato. Gli svizzeri, a cui il senso del dovere non manca, hanno confermato la scelta di perseguire una strada di fondo sbagliata, radicalmente suicida. E lo fanno come loro sanno fare: seriamente e democraticamente. Un’inquietante prova di lucida e sgobbona follia. A questo punto, e va detto con una punta di amarezza, meglio tenersi stretta l’arruffona indolenza mediterranea, naturale resistenza sabotatrice a questo compulsivo attaccamento al lavoro, lavoro, lavoro, lavoro, lavoro... Lavorare meno, lavorare tutti.
Alessio Mannino
www.ilribelle.com 13 marzo 2012

lunedì 12 marzo 2012

Festa delle donne? No, dei maschi in gonnella

Piccola riflessione nel giorno della festa delle donne. Il presidente Bankitalia, Ignazio Visco, ha ripetuto il mantra del pensiero unico: siccome siamo una società di anziani, bisogna lavorare di più e per più tempo. E' il classico modo di ragionare aritmetico dell'economia: se hai più tempo a disposizione, devi impiegarne di più per produrre. Ogni altra considerazione disturba, perchè non rientra in parametri econometrici. Ma visto che la data di oggi pone il problema del rapporto fra vita e lavoro femminile, chiedo, anzitutto alle donne: ma bisogna vivere per lavorare, o lavorare dovrebbe servire a vivere, possibilmente bene, sereni e realizzati?
Le donne, giustamente, denunciano l'ingiustizia sul lavoro legata allo stato di gravidanza (mancate assunzioni, nero o licenziamenti per il bebé in arrivo). Questo esempio rende, purtroppo, benissimo lo stravolgimento di senso dell'odierno mondo dell'occupazione: la lavoratrice è una variabile usata o gettata come se le sue umane esigenze, in questo caso di fare una famiglia, siano pesi morti per l'efficienza aziendale. La vita che nasce è un peso morto, letteralmente. E' o non è una follia?
Ma la maternità ostacolata e mal sopportata vale anche come spia più profonda di un errore, un tragico errore commesso dal femminismo di massa (che è altro rispetto a quello teorico degli anni che furono, benché da esso ne tragga giustificazione): quello di appiattire la specificità femminile sui ruoli maschili. La donna è davvero contenta di volere, anzi di dovere rincorrere gli uomini in tutto e per tutto, a discapito del proprio essere madre, generatrice e custode dei figli piccoli? Salvaguarda la loro diversità di genere il tradurre la parità come ricerca dell'uguaglianza assoluta? Perchè mai dovrebbero lavorare per forza quando potrebbero dedicarsi agli affetti?
La verità è che la battaglia per rendere le donne interscambiabili con gli uomini nei posti di lavoro è funzionale ad un modello di sviluppo che ci pretende tutti, maschi e femmine,  a sgobbare sempre di più, come dice Visco, per avere sempre di meno. Di meno non solo in termini di busta paga (rasoiata da nuove tasse, bollette all'insù, benzina alle stelle, inflazione da euro-fregatura), ma soprattutto sul piano esistenziale, della vita concreta, con dentro i progetti, i sogni, le passioni, le speranze. Dovrebbero essere proprio le mimose di oggi a ricordare, in particolare alle festeggiate, che prima viene la vita, e poi vengono gli indicatori macro-economici. Il fatto è che le donne maschilizzate inseguono il mito disumanizzante del Lavoro come totem, mentre lavorare dovrebbe essere solo uno fra i campi di realizzazione individuale. Fra essi, per una donna, e solo per lei - così ha decretato la natura, e speriamo che qualche scienziato pazzoide non pensi di inventare il "mammo" - c'è il diritto di donare la vita. Non è un dettaglio: è da lì che comincia tutto.
Se questa giornata servisse a rivendicare la differenza, l'adattamento di genere al lavoro (senza nostalgie per l'eccesso opposto, per l'iconografia zuccherosa e falsa dell' "angelo del focolare"), insomma a risvegliare una donna che vuole restare femmina, pari ma non uguale al maschio, allora avrebbe senso. Al contrario, pare di capire che l'omologazione al delirio, tutto maschile, del lavorare come somari da mane a sera passa come il messaggio della donna affermata. E invece è schiavizzata e uniformata. La festa dell'androgino, dovrebbero chiamarla.
Alessio Mannino
www.nuovavicenza.it 8 marzo 2012

venerdì 24 febbraio 2012

Voglio essere greco

Mentre la Grecia brucia, a Roma impera il fatalismo idiota dei servi. In Italia gli indignati sono spariti, i forconi si sono ammosciati, le destre e le sinistre istituzionali banchettano al centro, Napolitano sermoneggia senza limiti, Monti fa gli inchini alla comunità finanziaria di Wall Street e si fa dire quando pisciare all’imperialista di velluto Obama, e lei, nostra signora Bce, con il grande sacerdote Mario Draghi domina incontrastata.
Teppisti e pecoroni
I pochi, sparuti “teppisti”(1) politici e intellettuali che s’azzardano a far stecca sul coro gregoriano  - laude, laude al dio mercato e alla divina Eurolandia - e cioè i soliti revanscisti rossi e neri, gli antagonisti, i signoraggisti, Grillo, Chiesa, i decrescisti, ribelli e cani sciolti vari sono oscurati o ridicolizzati, come da prassi. La masse tace, imbelle, pronta al taglio della gola, già essiccata e afonizzata dalle mazzate torturatrici note come decreto salva-Italia e decreto cresci-Italia. Per quale motivo non scoppiano non dico rivolte, ma almeno focolai di protesta, come sarebbe naturale aspettarsi contro una tecnocrazia bancaria che aumenta le tasse, fa strame di diritti sociali e per giunta agita il ditino spiegandoci che la merda liberista è oro? Lo ha scritto come meglio non si potrebbe il sempre corrosivo Marco Cedolin (2), e perciò lascio volentieri la parola a lui: «La ragione in fondo è di una semplicità disarmante. Avete mai visto dei cittadini andare a protestare, senza essere stati chiamati a farlo da qualcuno? Che si trattasse di un partito, di un sindacato, di un’organizzazione, di un movimento o di un comitato, alla base di qualsiasi protesta c’è sempre stato un soggetto che chiamava il popolo a raccolta. … Ogni soggetto potenzialmente pericoloso è stato cooptato, affinché si prodigasse per tenere la gente ermeticamente chiusa in casa, magari davanti alla Tv, di fronte a qualsiasi decisione venisse presa».
La favoletta della “medicina amara”
Fatta la diagnosi, procedendo all’inverso descriviamo i sintomi della malattia. Siamo come in una bolla d’ovatta, in cui la realtà che pur viviamo sulla nostra pelle non è compresa perché filtrata da un immaginario completamente falsato, manipolato dai chierici dell’informazione, stravolto da un racconto infantile ammanitoci come unica verità possibile. Questa: there is no alternative, l’austerity è una medicina amara contro cui si può scalciare ma che va ingollata. Un po’ come l’olio di fegato di merluzzo, una tremenda schifezza che un tempo si credeva salutare, salvo poi scoprire che non serviva a un bel niente. Oggi, con le supposte prescritte dal dottor Monti è molto peggio: non soltanto non fanno il nostro bene, ma hanno il criminale difetto di legarci alla catena del mondo globalizzato e dei suoi poderosi business privati. Ci ammazzano di tagli e sacrifici e ci dicono che lo fanno per il nostro bene. Monti e i banksters come novelli Torquemada, la nuova inquisizione sub specie Europae.
Eppure capire dove sta l’inganno non è difficile, basta compiere un comune ragionamento di do ut des, solo spostandolo dal piano individuale a quello collettivo. Quando ciascuno di noi mira ad un obiettivo e questo comporta una serie di sforzi e privazioni, accettiamo di sopportarne il peso se esso ci è chiaro e siamo certi che costituirà un vantaggio palpabile, concreto – e non solo in termini pratici e di tornaconto, ma anche, dio voglia, ideali, nobili. Sacri, appunto. L’etica del sacrificio è doverosa. Non così la retorica, che è retorica appunto perché il sacro per cui ci si sacrifica non è sacro per niente, e non assicura alcuna convenienza, nessun ritorno di maggior benessere, economico o esistenziale che sia. E questo è il caso dell’imperativo categorico che non da oggi, ma da decenni, per lo meno da quando abbiamo i calzoni corti noi che siamo trentenni, i signori del denaro e i loro maggiordomi dei partiti ci fanno passare come inderogabile, immarcescibile, indefettibile: stringere la cinghia, che per molti significa far la fame per un miraggio chiamato “crescita”. Questa benedetta crescita non è mai abbastanza, perché per sua interna logica non ha mai fine, è senza posa, infinita. E così lo diventano anche i torchiamenti, fiscali, lavorativi, sociali a cui veniamo sottoposti dagli illuminati che la sanno sempre più lunga – perché loro capiscono e interpretano per i mortali il verbo delle agenzie di rating, delle banche centrali e di quei benefattori disinteressati e puri di cuore che fanno il bello e il cattivo tempo nelle piazze borsistiche. Siamo schiavi rassegnati ad esserlo e illusi di non esserlo, e questo è tutto.
Reich europeo
Il tabù Europa è un caso da manuale. Ci avevano raccontato, i sapienti europeisti, che l’unione degli Stati del vecchio e caro continente doveva realizzarsi a tutti i costi, ma proprio a tutti, pena un ritorno alle guerre e chissà quali altre immani catastrofi. Risultato: non c’è stata alcuna effettiva federazione politica, bensì un’operazione di eugenetica istituzionale che ha messo una facciata di pseudo-democrazia (il parlamento-parlatoio di Strasburgo, la commissione-specchietto per le allodole di Bruxelles) ad un sostanziale e illegale potere legibus solutus della Banca Centrale di Francoforte, in stato di minorità rispetto all’omologa Fed americana e terminale degli interessi dei grandi istituti di credito e d’affari, specialmente tedeschi. I trattati che hanno costruito l’edificio di cartapesta eurocratico ne hanno modellato i contorni secondo un progetto fatto su misura per le esigenze e le idiosincrasie della Germania. Perciò, economie e società come quella italiana o spagnola, ma anche della stessa Francia, diverse – grazie al cielo – dal rigorismo matematico e ragionieristico di Berlino, sono state letteralmente violentate, costrette ad adeguarsi a politiche di bilancio e del fisco che non collimavano con i propri bisogni, ma con quelli del Reich finanziario. Amato, Ciampi, Prodi – ma mettiamoci dentro pure il Berlusca, che opposizione all’eurocrazia non ne ha fatta mai, vedi ratifica plebiscitaria dell’esiziale Trattato di Lisbona, anno 2007 – erano tutti entusiasti nell’operare alacremente per fare dell’Italia un paese economicamente e politicamente subalterno alla Grande Germania, condannandolo ad una vita di dolori senza una degna contropartita. Questa violenza ha un nome preciso: euro, la moneta col debito intorno. Bell’affare abbiamo fatto, mentecatti europeisti senza se e senza ma… Le fiamme e i saccheggi della Grecia disperata non insegnano nulla, benché avrebbero molto da dirci, poiché la cura omicida che ha fatto stramazzare e impazzire il cavallo ellenico è la stessa che propinano a noi, con tanto di inviati dell’Fmi a monitorare – leggi: controllare, non si sa mai – le scelte del duo Monti-Napolitano. Ma si vede che bisogna proprio giungere a non avere più niente da perdere nel vero senso della parola, per alzare la testa e guardare agli esempi di un’altra via – all’Argentina, all’Islanda, al Venezuela, o almeno alla Gran Bretagna e alla Danimarca, che nell’Ue sono presenti ma si sono ben guardate dall’adottare la moneta unica.
L’articolo dei cretini
E se anche questo non basta e volete una prova del pecorismo italiano che più prova non si può, si consideri il tema che fa da padrone nell’agenda setting nazionale: l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che tutela le maestranze delle aziende con più di 15 di dipendenti dal licenziamento senza giusta causa. C’è un arco costituzionale di pensiero che va da chi vorrebbe abolirlo tout court (un ex ministro Sacconi che si dice ancora socialista pur essendosi tramutato in un ircocervo, mezzo liberista e mezzo catto-talebano) a chi lo vorrebbe modificato senza troppi fondamentalismi, ammettendone comunque la sostanza, che è la possibilità di licenziare per sole cause economiche, ovvero a discrezione dell’imprenditore (un Damiano della sinistra Pd, per capirci). Ora, sinceramente ci appassiona poco il dibattito che si è riattizzato dopo il vittorioso muro che eresse la Cgil di Cofferati nel 2001. È sommamente cretino fissarsi su questo punto, ancorchè altamente simbolico – e i simboli in politica contano parecchio – se poi si lascia correre il bulldozer turbo-liberista a schiacciare tutto ciò che incontra. Voglio dire: che senso ha incaponirsi su un articolo di uno statuto superato e che fa acqua da tutte le parti quando la diga è già rotta da quel dì, dal pacchetto Treu (centrosinistra, 1996) e dalla legge Biagi-Maroni (centrodestra, 2000)? Invece di stare sempre sulla difensiva, la sinistra sindacale dovrebbe giocare d’iniziativa e proporre un sistema di relazioni contrattuali completamente rinnovato. Ma per far questo dovrebbe esistere una sinistra politica degna di questo nome, cioè dotata di una cultura teorica. Discutere di decrescita volontaria, economia locale e sovranità monetaria è come parlare arabo, con gente come la Camusso, ma anche come Landini o Cremaschi, industrialisti di tre cotte. Su questo, come sanno i nostri lettori, abbiamo abbandonato ogni speranza da anni: la sinistra non soltanto è un esempio preclaro di imbecillità, ma oltretutto è pappa e ciccia col padrone, sia consapevolmente quando lo professa in tutta la sua plateale ingenuità (sto parlando di quella cosa denominata Pd), sia quando si ammanta di ultra-conservatorismo retorico da un lato e rivoluzionarismo parolaio e fuori tempo dall’altro (la poetica vendoliana, le pippe vetero-marxiste dei residuali partitini falce e martello).
Vorrei essere greco
Ci sarebbe da dire due parole anche sulla religione che issa la Nato e l’alleanza-sudditanza agli Usa come totem intoccabili ed eterni quando invece sono in rovinoso declino (la sconfitta in Afghanistan contro i Taliban ne è l’emblema), ma mi fermo qui, esausto. Dico solo che vorrei essere argentino, islandese, venezuelano, persino afgano o anche greco, ma italiano no, italiano non vorrei esserlo più. Ma tant’è. L’arma che so usare, la penna, la uso comunque per la mia idea d’Italia e di mondo anche se i miei compatrioti dormono il sonno dei beoti. Aristofane: «Chiunque è un uomo libero non può starsene a dormire».
Alessio Mannino
www.ilribelle.com 23 febbraio 2012

Note
1. Scriveva Giuseppe Prezzolini a proposito della “Settimana rossa” nel 1914: «Si possono fare rivoluzioni senza “teppa”? Non lo crediamo. Le rivoluzioni non si fanno né con gli studiosi, né con la gente in guanti bianchi. Un teppista conta più d’un professore d’università quando si tratta di tirar su una barricata o di sfondare la porta d’una banca. (…) Con la “gente per bene” il mondo non andrebbe avanti. E se talora è necessario uno strappo, una violenza (“la violenza è la matrice delle nuove società”, disse Marx, e il culto della violenza ci è stato insegnato da Sorel), chi chiameremo a compierla? (…) Un idealista non deve considerarle [le torbide forze che parlano coll’incendio e colla distruzione] come un borghese chiuso nelle quattro assi di quella bara che è suo interesse particolare. (…) la “teppa” di ieri è la nobiltà di oggi. La “teppa” di oggi potrebb’essere la nobiltà di domani», La Voce, giugno 1914.

2. M. Cedolin, “Cambieremo il modo di vivere degli italiani”, 9 febbraio 2012 http://ilcorrosivo.blogspot.com/2012/02/cambieremo-il-modo-di-vivere-degli.html

lunedì 16 gennaio 2012

Io sto con chi resiste

C’è chi mi chiede: ma tu, da che parte stai? Ho scritto e riscritto ad nauseam che destra e sinistra sono categorie superate dalla storia, tenute in vita dall’inerzia politico-psicologica di massa che fa comodo ad un sistema di potere oligarchico neutro, post-ideologico, mondializzato e senz’anima, una megamacchina tecnocratica e finanziaria che dei vecchi schemi progressisti/conservatori se ne infischia e ingloba tutto in nome dell’unico dio, lo Sviluppo irragionevole e infinito. L’Ottocento è morto, il Novecento non si sente bene ma qui ci si combatte ancora fra fascisti e antifascisti, fra comunisti e anticomunisti come se il tempo si fosse fermato. Il teatro dei fantasmi non mi interessa, e un giudizio realistico e scevro di pregiudizi non può che indurre a schierarsi caso per caso. Secondo i propri valori di fondo, certo, che per me si riassumono nella prevalenza dei valori ideali su quelli materiali, economici, utilitaristici del denaro virtuale, motore della globalizzazione. Chi resiste a questo Leviatano tecnocratico e anonimo mi diventa automaticamente simpatico.
Pertanto, fatti tutti i distinguo che occorrerebbero se analizzate una ad una, in ciascuna situazione “calda” del mondo farei certe scelte e non altre. Negli Stati Uniti d’America, baricentro del pianeta globale, starei con Ron Paul, repubblicano, libertario, avversario implacabile dello strapotere bancario, isolazionista. In Venezuela starei con Hugo Chavez e il suo socialismo bolivariano. In Perù con Evo Morales e il suo socialismo indio. In Argentina con Christina Kirchner e la sua autarchia economica. In Francia appoggerei  Arnaud Montebourg, della sinistra del Psf, uno dei pochi politici europei a porre la questione della mondializzazione come problema a monte di tutti i problemi. In Ungheria, ingoiando il rospo di certi eccessi di rivalsa contro gli eredi dell’epoca comunista, sarei col governo nazionalista di Viktor Orban, che vuole liberare il suo paese dalle mire strangolatrici della Bce e del Fmi. A Cuba, sia pur mal sopportando, da guevariano quale sono, la gerontocrazia fidelista, affiancherei chi vuole mantenere un’identità alternativa al capitalismo, anche se finalmente dando libertà di iniziativa al singolo come ha cominciato a fare Raul. In Afghanistan mi batterei coi partigiani Talebani del Mullah Omar. In Palestina mi iscriverei ad Hamas, in Egitto probabilmente ai Fratelli Musulmani. In Iran, non so se con Ahmadinejad o con Kamenei, ma di sicuro lotterei per il mio orgoglio persiano prima ancora che islamico. In Gran Bretagna starei con Nigel Farage e il suo tradizionale anti-europeismo british. In Irlanda del Nord sarei indipendentista con l’Ira,  in Cina tenterei, coi mezzi che ho, di resistere al regime (Tibet libero!).
E in Italia? In Italia non c’è una forza politica che concentra in sé abbastanza ragioni da convincermi a sostenerla, sempre, beninteso, con senso critico e libertà intellettuale. Ce ne vorrebbe una che assommasse le due grandi questioni aperte specifiche della società italiana: la questione locale (autonomie locali, un vero federalismo) e la questione sociale (che è comune a tutti i paesi occidentali e si tradurrebbe nel porre fine alla dittatura della finanza, secondo un ideale ecologico e comunitario). (a.m.)

giovedì 5 gennaio 2012

La Costituzione? E' anti-democratica

Nel suo discorsetto banale e vacuo di Capodanno, il presidente Napolitano non ha mancato una difesa d’ufficio dei partiti, tanto più patetica quando più queste idrovore sono impopolari presso gli italiani (la fiducia è al minimo storico: 5%). Ma tant’è: i partiti sono costituzionalmente tutelati, benché non nella prima parte, ahinoi considerata inviolabile in eterno, ma nella seconda, suscettibile di cambiamenti teoricamente più facili. Comunque, carta o no, la forma-partito marcisce nel discredito che si merita, e questo Capo dello Stato li rappresenta degnamente, essendone un sottoprodotto e neanche dei migliori.
Interessante notare, tuttavia, come nella stessa stampa che magnifica il Quirinale partitocratico e inveisce contro l’“antipolitica” si leggano le più accanite campagne contro gli abusi dei partiti e certi scampoli di presunta iconoclastìa rispetto a mafie di segreterie e mandarini d’apparato. Parliamo naturalmente del Corrierone, che non si smentisce mai. Giù botte al parlamento e al parassitismo della casta col duo Stella-Rizzo, che sinceramente ha stufato (si accorgeranno mai, questi due segugi di buvette, che a guidare le sorti del paese, dell’Europa e del mondo è la finanza?). E poi, vai col tango di opinioni vergate da editorialisti anche bravi, acuti e tutto sommato onesti – dal loro punto di vista blindato e allineato, s’intende – che ci offrono riflessioni alate giusto per dare al lettore il piacere momentaneo di un volo pindarico. Che resta lì, sospeso nel campo della fantasia, perché non sia mai criticare sul serio la balla della “democrazia”.
Ieri è stato il turno di Michele Ainis (uno dei pochi meritevoli di essere letti, se comparato a quei bei tomi di Ostellino, Panebianco e Galli della Loggia). Il politologo prova a fare proposte che lui stesso definisce “utopistiche”: «Se l'utopia è il motore della storia, adesso ne abbiamo più che mai bisogno per continuare la nostra storia collettiva». Partendo dalla constatazione, che nessuno osa negare, che la politica in Italia è vista come un affare di élites autoreferenziali, Ainis spara tre cartucce: soglia di due mandati parlamentari (è l’identica richiesta di Grillo e del suo Vaffa-day del 2007); il recall americano-canadese, cioè la possibilità di revoca anticipata dell’eletto; la demarchia di discendenza ateniese, cioè una Camera di cittadini scelti a sorteggio.
A parte che si tratta davvero di utopie, dato che alla corporazione parlamentare non è riuscito neppure di tagliarsi lo stipendio fin da subito, alla faccia dei sacrifici imposti a tutti gli altri italiani, il senso della provocazione è appunto quella di essere una provocazione, un futile baloccarsi da intellettuali. Non si tratta di correggere la meccanica della macchina, pensando perfino di riesumare la saggezza della più antica, e quella sì reale, democrazia della storia. Basta con il fumo cervellotico, le trovate d’importazione, le riformine stitiche. Non è estraendo a sorte o limitando l’ingordigia dei politicanti che si cambierà alcunché di significativo. La democrazia delegata è la maschera del potere assoluto della bancocrazia, dell’economia globalizzata dei mercati: se non si parte da qui, si produce solo aria fritta e inchiostro inutile. E non si evochi, per piacere, l’Atene di Clistene, Solone e Pericle, che inventò la demos-kratìa proprio in opposizione alla oligarchia, il predominio sfruttatore dei pochi ricchi sul popolo, inteso come i molti meno abbienti. La nostra è un’oligarchia, e andrebbe rovesciata come fecero i fieri Ateniesi: cominciando dalle regole fondamentali, dalla base. Cioè dalla Costituzione, che nel nostro caso, al contrario dei suoi fanatici difensori, democratica non è: priva del diritto di voto su materie fiscali e trattati internazionali, esattamente le due leve essenziali perché uno Stato sia libero e sovrano.
Alessio Mannino
www.ilribelle.com 4 gennaio 2012

martedì 27 dicembre 2011

Il gusto della polemica

A Vicenza, come ha dimostrato questo articolo di Giuliano Corà sulla Nuova Vicenza – che, al di là dell’opinione in sé, non era comunque nulla di particolarmente dinamitardo – il ruvido piacere della polemica giornalistica è considerato un peccato mortale, persino dai laicissimi e anticlericali sinistri più a sinistra. Mi pare interessante, quindi, pubblicare questo articolo di oggi di Marco Travaglio. Così, per il gusto di un po’ di sana e giustificata cattiveria. (a.m.)

Tu lecchi dalle stelle
Per sua fortuna Giorgio Bocca era sedato da una settimana. Così sabato, l’ultimo sabato della sua vita, gli è stata almeno risparmiata la lettura dei giornali (“è la cosa più deprimente”, mi aveva confessato sconsolato l’anno scorso, l’ultima volta che l’avevo intervistato per il Fatto). Già, perché i quotidiani della vigilia di questo Natale andrebbero affissi nelle scuole di giornalismo, per illustrare la crisi di identità di un mestiere un tempo glorioso che non sa più quel che fa, né perché.
Natale in casa Cazzullo
Non contento del Leccone d’Oro 2011 honoris causa che si era aggiudicato con l’intervista dell’antivigilia al cardinale Scola, la guardia svizzera Aldo Cazzullo scatta in fuga solitaria per
vincere il premio anche l’anno prossimo. E inaugura sul Corriere un nuovo genere giornalistico: l’editoriale-sermone. Roba che, al confronto, gli articoli dei tanti scrittori in tonaca, dal cardinal Martini al priore Bianchi al vescovo Forte, sono capolavori di laicità. Titolo: “Più fiducia in noi stessi”. Svolgimento: “È il Natale più difficile, forse più amaro degli ultimi anni... Eppure c’è un regalo che tutti quanti noi possiamo farci, c’è un tesoro nascosto nel fondo della crisi italiana. Non lo si trova nelle vetrine, non lo si può impacchettare, ma questo non diminuisce il suo valore, anzi. È la fiducia in noi stessi, nell’immenso potenziale di cultura, lavoro e sviluppo del nostro Paese. Che, com’è sempre accaduto nei momenti difficili se non drammatici riesce a dare il meglio di sé”. Più che un giornalista, Cazzullo è motivatore, mental coach, personal trainer della Nazione tutta. E s’immola come pennone umano a cui appendere la bandierina tricolore: “L’anno che si chiude sarà forse ricordato come l’avvio di una nuova ricostruzione... I principali partiti – bene o male – collaborano per uscire dall’emergenza”. Ma anche un po’ pompiere: “Il Paese s’è ritrovato unito, oltre le contrapposizioni pregiudiziali”. E pure corazziere: “L’anniversario dei 150 anni è stato un successo. Ci si è resi conto che davvero – come ci hanno insegnato Ciampi e Napolitano – siamo più legati all’Italia di quanto amiamo riconoscere”. E psicoterapeuta: “È dentro di noi che dobbiamo ritrovare la serenità e la fiducia di cui i nostri padri furono capaci”, perché siamo pur sempre “il Paese simbolo della creatività, del design, della fantasia, dell’arte, dell’estro, del gusto per il bello” (insomma un popolo di santi, poeti, eroi e navigatori). E ambasciatore, anzi piazzista: “Pensiamo alla grande domanda di Italia che c’è non soltanto nel resto d’Europa o in America, ma anche nel mondo di domani: a quanti cinesi, indiani, brasiliani vorrebbero vestirsi come noi, comprare i nostri prodotti, adottare il nostro stile di vita”. Suvvia, basta andare in Cina, in India, in Brasile, in America, per non parlare del resto d’Europa, per venire assediati da nugoli di persone che fin dalla più tenera età ti corrono incontro e ti implorano: “Ti prego, non resisto, voglio andare in fallimento come l’Italia! Il mio sogno è uno spread a 515! Non vedo l’ora di avere deputati come Dell’Utri e Scilipoti, ministri come Romano, sottosegretari come Cosentino, presidenti del Senato come Schifani! Perché voi avete la Cirami, la Cirielli, il lodo Alfano e noi no? E, già che ci siamo: non è che m’insegneresti a vestirmi come Cazzullo?”.
Giorgio, in arte Dickens
Non bastando la cazzullata, il Corriere raddoppia con due pagine di intervista a Giorgio Napolitano, sobriamente intitolate “L’orgoglio ritrovato di un grande Paese”. Anzi, più che un’intervista, “il racconto nazionale del Presidente”. Direttamente dal Colle, molto meglio del superato racconto di Natale di Charles Dickens, ecco il “racconto nazionale” di Sir George, pregno di trovate scoppiettanti e soprattutto sorprendenti: “L’arma vincente della coesione sociale e nazionale”, “ce la faremo, usciremo dal tunnel”, il “cemento unitario”, “una lezione secca per gli scettici”, uno “scatto di dignità e orgoglio nazionale”, ma anche di “quella coesione e unità fra gli italiani cui dobbiamo guardare come all’arma vincente per superare le sfide del presente e del futuro”, insomma “un bisogno di riaffermazione di quel che siamo, come grande nazione e come moderno Stato europeo”, “l’occasione per far nuovamente sentire più forte il nostro ruolo in Europa e nel mondo”. È stato quando il Parlamento stabilì che Ruby è la nipote di Mubarak, o più probabilmente quando il premier definì la Merkel “culona inchiavabile”, o quasi certamente la settantesima volta che Bossi alzò il dito medio e fece la pernacchia. Lezioni secche, riaffermazioni forti, cemento unitario e soprattutto coeso. Prrr.
Cip, Ciop e Napo orso capo
Cambio di vocale ed ecco un altro Dickens de noantri, Roberto Napoletano, il prosperoso direttore del Sole 24 Ore, che firma uno psichedelico Memorandum nell’inserto culturale del suo giornale. Titolo: “Piccoli grandi valori in una manciata di noci”. “Non so se sia colpa della mia testa...”, premette. Poi s’incarica di dimostrare che sì, dev’essere proprio colpa della sua testa: “Certo è che mi viene prepotentemente in mente, in questi giorni, una storia di uomini e donne che si lanciano secchi e muovono le mani con gesti rituali e veloci tra un solco e l’altro pieno di noci e nocciole...”. L’infermeria del Sole 24 Ore entra in subbuglio, i sani-tari cominciano a domandarsi quale fungo abbia leccato il direttore. Che intanto prosegue inarrestabile: “Ad ‘abbacchiare’ le noci o a raccogliere le nocciole, le mani si spellano, si macchiano, diventano di una certa maniera”. Ecco, di una certa maniera. “Un uomo sui 50 anni segue il gruppo con una specie di scopa in mano. Ammassa le foglie che gli altri lasciano indietro. C’è chi rimuove i sacchi, si solleva una nuvola, poi scompare, poi ritorna, poi scompare”. Che il direttore abbia mangiato più pesante del solito? Ah no: “A questa scena ho assistito da ragazzo, di prima mattina, dal terrazzo di casa mia, a Nola, in un settembre nuvoloso”. E non se n’è più riavuto. “La più anziana del gruppo raccoglie una manciata di noci, alza lo sguardo e dirige gli occhi dalla mia parte, dice che mi vuole fare un regalo e, incurante delle mie resistenze, lancia sul terrazzo un pugno di noci”. Ecco svelato l’arcano: una noce deve averlo colpito in piena fronte, riducendolo così come lo vediamo. Ma senza purtroppo privarlo del dono della scrittura: “La mia favola di Natale è questa piccola storia vera che ci parla, attraverso le noci che stanno oggi sulle nostre tavole, di dignità del lavoro, della gioia del dono e di quell’autenticità che sanno esprimere le persone e i gesti più semplici. Piccoli e grandi valori di cui abbiamo terribilmente bisogno”. Lo portano via.
No Martini no Christmas.
Il povero cardinal Martini è da tempo malato di Alzheimer, eppure non c’è verso che lo lascino in pace. Sabato, fra rubriche della posta (sul Corriere), interviste (su La Stampa) e dialoghi con Scalfari (Repubblica), era su tutti i giornali, praticamente a edicole unificate. La Stampa tenta di trasformarlo in cappellano del governo tecnico, con un’apposita domanda sul “valore della sobrietà” (del resto, titola in un’altra pagina il quotidiano torinese, “Niente ferie per i ministri. Anche gli ex contagiati dalla sobrietà”). Scalfari va a trovarlo fino a Gallarate per poi molestarlo con domande del tipo: “Qualche volta penso che lei speri di convertirmi... È questo che lei si propone?”. Martini, con un fil di voce: “No, ma non posso escludere...”. Come dire: ma lo sa che lei è un bel tipo? Guardi che ci è venuto lei, io me ne stavo tanto bene da solo...
Marketting
Scaricata la coscienza con qualche geremiade contro il Natale consumistico e pagano, giornalisti gastronomi, sommelier, stilisti, personal shopper e dog sitter si scatenano con paginate di pubblicità camuffate da consigli per regali, viaggi e menu da cenone: praticamente marchette. Memorabile Laura Pausini a Repubblica-agenzia Stikazzi: “Lo shopping io lo faccio con un clic”. Strepitoso l’inserto del Corriere: dopo due orrendi racconti di Tamaro e Piccolo, spiega che l’ideale è andarsene in Lapponia “tra alci e paesaggi innevati”. Vacanza sobria a -30 gradi. Poi due pagine sul panettone, un dotto intervento della psicoterapeuta su “Come dire al bambino chi porta i pacchetti?”, un paginone di consigli per “le ultime 12 ore prima del cenone” a chi non ha una mazza da fare (“colazione, corsa, spuntino, maschera al viso, pranzo leggero, passeggiata a bassa intensità, bagno di relax, acconciatura”) e un altro, da non perdere, su “cosa dirsi a tavola, ai brindisi o per gli auguri”. Già, cosa dirsi? “Sì ad alta cucina e animali, no allo stile social network”. Per esempio “Veltroni sta leggendo un altro libro sui gatti, Cleo, storia rasserenante di una gatta temperamentosa”. Rasserenante soprattutto per gli elettori.
Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano 27 dicembre 2011